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OMELIA DEL CARDINALE ANGELO DE DONATIS #fiducia2021

 

Messa in occasione delle Festa della Madonna della Fiducia

OMELIA DEL CARDINALE VICARIO ANGELO DE DONATIS

Pontificio Seminario Romano Maggiore, 13 febbraio 2021

 

Carissimi seminaristi, formatori, suore

cari ex alunni ed amici,

 

«Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11). Questo è il tempo in cui risuona l’invito di Dio per bocca del salmista: fermatevi e sappiate. La pandemia ci sta rallentando, a volte fermando. C’è un mare di dolore in giro, ma è anche un tempo propizio per scendere nel luogo del cuore e per ricalibrare il nostro essere chiesa: nei prossimi anni la sfida sarà quella di acquisire un discernimento che ci renda capaci di lasciar cadere le foglie secche e di ammirare con gratitudine le gemme che si schiudono.

Dunque, il fermarsi non vuole condannarci alla staticità; ha uno scopo preciso: “sappiate”. Bisogna sviluppare di nuovo l’attitudine ad imparare. Che cosa? Una verità molto semplice: solo Dio è! Lui solo “sta” in eterno. Noi siamo ‘soffio’, Lui ‘roccia’. Ecco la sapienza: acquietarsi per riconoscere la solidità di Dio e la fragilità della vita umana. La sapienza è propriamente la capacità di stare al proprio posto, di sgonfiare l’io per riconoscere la signoria di Dio sui cuori e sulla storia.

Il grande re Salomone – abbiamo ascoltato nella prima lettura – all’inizio del suo regno si rende conto che una cosa sola è necessaria: la sapienza. Per questo la chiede a Dio con le mani alzate: «dammi la sapienza che siede accanto a te in trono». Non vuole fama, vittoria, prosperità, chiede discernimento, perché se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini «senza sapienza sarebbe stimato un nulla». Due caratteri – tra gli altri – possiede la sapienza: è radice di immortalità, e conosce il senso delle opere di Dio. Gran parte della tradizione cristiana ha riconosciuto nella sapienza biblica la profezia dello Spirito Santo, l’unico necessario, la “cosa buona per eccellenza” che il Padre dona a coloro che gliela chiedono. Lo Spirito è radice di immortalità perché è l’anticipo della risurrezione – come insegna san Paolo– ed è proprio lo Spirito che ci fa giudicare i fatti del mondo alla luce del Vangelo.

Come si può nella vita di ogni giorno abbandonarsi alla potenza dello Spirito? Avere nella mente e nel cuore la sua sapienza? Il brano evangelico proclamato ci offre una sorta di guida poiché nel finale tratteggia la persona di Maria come «la sapiente». La sua esistenza è cullata dallo Spirito Santo. Due aspetti sono evidenti nel testo lucano.

Maria e Giuseppe – ripartiti da Gerusalemme dopo la festa di Pasqua – non trovando più Gesù dodicenne nella carovana, tornano in città e lo cercano – attenzione – “tra parenti e conoscenti”. Naturalmente non lo trovano. Non è una annotazione marginale. Nel conosciuto, nel già detto, nel già programmato non si trova Cristo. Così ammoniva i corinzi San Paolo: “se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere”! Negli snodi della vita, soprattutto quando ci si sente come persi, lontani da Dio, quando non si comprende più quale sia la strada giusta, allora bisogna smettere di ritornare sulle solite cose. Quando è necessario riscriversi non basta la grammatica precedente. Tornare alle mentalità di prima ci condannerà alla stoltezza. Nello smarrimento, Dio si ritrova proprio nell’ultimo posto in cui saremo andati a cercarlo.

Infine abbiamo la celebre espressione: Maria meditava nel cuore quello che accadeva. Sappiamo che il verbo è “symballo”, mettere insieme, accostare per paragonare. Il sapiente è colui che mette insieme cose antiche e cose nuove: «interpretare o morire» dicono i rabbini! Il sapiente è un ermeneuta, non uno che condanna il presente o fantastica sul futuro. Il superbo, al contrario, adora le sue idee e non sa conciliarle con la realtà. Il sapiente cerca di comprendere come le promesse di Dio si inverino in una storia che sembra contraddirle; il superbo nega o la promessa o la realtà, non ha la pazienza di ascoltare e attendere. Tutto deve essere chiaro... subito! Maria non protesta, aspetta. Non chiede nulla, non tira le somme. Sa che non è lei che deve “far tornare i conti”, ma lo Spirito. L’umiltà di “non tirare le somme”, di “non avere ragione”. Quanto ci serve questo tipo di sapienza. “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”. Amici, se vogliamo correre sulle vie dello Spirito, fermiamoci; se vogliamo sapere davvero, “disimpariamo”. Ci accompagni la Madre del Signore che per credere nuovamente ha abbandonato ogni sua certezza. Occupiamoci delle cose del Padre e lasciamo che il resto maturi e che la promessa divina plasmi la realtà, non come l’abbiamo immaginata noi, ma come l’ha sognata Dio.

 

Mater mea, Fiducia mea!

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