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Omelia di S. Em. Card. De Donatis Fiducia 2019

Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia tenuta da S. Em. il Card. Angelo De Donatis al Pontificio Seminario Romano Maggiore in occasione della Festa della Fiducia 2019.

Festa della Madonna della Fiducia 2019

Carissimi seminaristi e formatori, confratelli, genitori e amici,

venerare la Madre di Dio significa abbandonarsi con fiducia al Signore che tutto può tutto e riconoscere con l'intelligenza del cuore che senza di Lui «non possiamo far nulla». Dalla Parola di Dio cogliamo qualche indicazione per la nostra preghiera personale. Due parole chiave molto semplici prese rispettivamente dal Vangelo e dalla lettura degli Atti: visione e riconciliazione.

Visione. Giovanni Battista aveva profetato che lo sposo sarebbe arrivato e il battesimo nel Giordano avrebbe degnamente preparato gli invitati alla festa di nozze. A Cana, finalmente, i discepoli vedono tutto ciò misticamente realizzato: l'ora del ricongiungimento tra Dio e il suo popolo è nuovamente giunta. In questo contesto l'Evangelista inserisce la persona di Maria, chiamata dal Signore semplicemente «Donna». L'appellativo «Donna» ha il sapore dell'alleanza: Maria rappresenta il resto d'Israele, il popolo fedele, quello che non ha fatto del culto e della legge un alibi., riducendo i doni divini a motivo umano di vanto. La Donna discerne che «non c'è vino», ossia, che dietro il rispetto formale dell'alleanza, l'amore è tramontato da un pezzo. Maria è, dunque, la profetessa che scova l'insinuarsi della tiepida negligenza; che percepisce quando il matrimonio “resiste” ma senza amore, portato avanti a colpi di rituali aridi, come “separati in casa”! Ella sa che il Figlio può trasformare l'acqua in vino, ma comprende anche molto bene che l'uomo ha il potere di cambiare il vino in acqua, magari tenendo insieme ingiustizia e solennità, come già denunciava Isaia.

Come può il credente mutare il vino dell'alleanza nell'acqua della tiepidezza? È lo stesso evangelista a fornircene traccia, soprattutto nei passi in cui Gesù disputa con i capi del popolo. Nel capitolo nove – dopo la guarigione del cieco nato – Cristo lo svela solennemente: «come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri?». Ecco il dramma: il vino diventa acqua quando non si cerca più la gloria di Dio, bensì la competizione e la perfezione della prestazione; quando si usa delle cose sante per farsi un nome sulla terra. Allora il ministero diventa libera professione, il popolo di Dio viene ridotto a palcoscenico dove esibire i propri carismi. L'alleanza diviene una copertura per fare dell'ego il sovrano indiscusso del proprio grigio e piccolo regno. La presenza di Maria nella vita del presbitero è fondamentale: continuamente Ella ci domanda: “stai trasformando in vino in acqua?”. Chiediamo la grazia di avere visione; di accorgerci quando stiamo cadendo nella dinamica del “prendere gloria gli uni dagli altri”. L'amore per la gratificazione a tutti i costi – che i Padri chiamano cenodossìa – è un rischio del quale nessuno è esente. Può capitare che in alcune comunità o tra componenti ecclesiali diverse si assista a paragoni o competizioni, valutazioni e gelosie, voglia di apparire mascherata da servizio, in una corsa verso una squallida quanto effimera notorietà ecclesiastica. «Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri?». La cenodossìa rende inattuale e inviso il nascondimento: tutto quello che si fa deve finire sui social e avere risonanza. La pastorale senza notorietà sembra un'inutile ingenuità. La parola di Gesù «non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra» è sovente disattesa, sia a livello personale che comunitario! Ma è proprio per questo che l'alleanza soffoca e la consolazione svanisce. L'Amore Trinitario – infatti – si rende tangibile solo lì dove c'è discrezione, dove la rivalità muore e si considerano gli altri superiori a se stessi, dove – deposte le manie di grandezza – come Elia nella caverna sull'Oreb si riascolta il mormorio del vento leggero. Maria, la profeta, interceda per noi la grazia della visione: che il pastore possa riconoscere quando nelle comunità «non c'è più vino» e dire «fate quello che vi dirà».


Riconciliazione. Maria nel Cenacolo attende lo Spirito Santo e prega. Ma la sua non è la posizione della spettatrice, come se Lei fosse ospite in mezzo ai discepoli. Non è Lei ad essere accolta, bensì i discepoli ad essere accettati dalla Madre. Tra l'Ascensione del Maestro e la venuta dello Spirito Santo è Maria il collante che tiene unita la comunità, il trait d'union tra i discepoli e i parenti del Maestro. Ancora oggi la Vergine – Madre di Misericordia – ci raduna e ci trasmette la certezza dell'amore che non viene mai meno nonostante le nostre paure e i peccati ripetuti. Da Maria, lo sappiamo bene, abbiamo tante cose da imparare: la sua fede prima di tutto. Ma c'è un aspetto che talvolta è trascurato: la sua attitudine a riconciliare. Maria nel Cenacolo ha voluto condividere l'attesa del Dono proprio con coloro che avevano abbandonato, rinnegato, tradito il Figlio Suo. Che coraggio! Come nel suo grembo purissimo si sono incontrati il divino e l'umano, così – sotto il suo sguardo – nel grembo della Chiesa si incontrano grazia e limite, gloria e fragilità, santi e peccatori.

In Maria tutto è unità, perché tutto è misericordia. Così dovrebbe essere nella Chiesa. Abbiamo bisogno di riconciliarci facendo spazio ai fratelli, perdonando le nostre fragilità e quelle degli altri in uno slancio vigoroso verso la santità che non lascia nessuno dietro ad arrancare. Inevitabilmente – anche in un presbiterio, in una diocesi – con il tempo si accumulano diffidenze, ostilità, rancori. Qualche volta il cuore cede al discredito, all'invidia per il bene che compiono gli altri; può succedere addirittura di rifiutarsi di accogliere il bene fatto da altri e portarlo a maturazione. Allora si dice: «non è la mia impostazione, la mia sensibilità», come se il mio sentire fosse il metro della vita nello Spirito. Sembra che a volte ci si senta obbligati a fare tabula rasa di tutto ciò che precede o che non abbiamo iniziato noi. Permettetemi allora di sottolineare un aspetto del cammino della riconciliazione: la capacità di benedire. Riconciliazione come benedizione. Scovare il male è facilissimo; l'uomo spirituale invece trova il bene e se ne prende cura, anche se non è suo … e non perché sia un ingenuo, ma perché ha gli occhi stessi di Dio. C'è un criterio di discernimento semplicissimo: chi è il prete veramente bravo? Quello che riconosce la bravura degli altri preti; che riconosce il bene che fanno gli altri, e anche il «come» lo fanno! Quale  è il movimento, l'associazione, l'istituto religioso, la parrocchia dove si vive bene? Quella in cui si riconosce la benedizione che Dio effonde al di la delle proprie mura. Tutto qui!

Fratelli, senza benedizione non c'è fiducia, senza fiducia non c'è gioia. E in fondo non c'è nemmeno lo Spirito Santo, l'unico che consente all'Alleanza di conservarsi, come il vino squisito che inebria.

Mater mea, Fiducia mea!

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