NOTIZIE DEL SEMINARIO

Tutti gli eventi e novità del Pontificio Seminario Romano Maggiore

Testo integrale dell'incontro in Seminario con Mons. Guido Marini

Riportiamo il testo integrale dell'incontro avvenuto in seminario tra i seminaristi e Mons. Guido Marini maestro cerimoniere di Sua Santità.                                                                                 Il presente testo, frutto di un incontro tenuto da Mons. Guido Marini con alcuni seminaristi, e trascritto dalla registrazione non è stato rivisto dall'autore che ne ha comunque autorizzato la pubblicazione.
Sentitamente Lo ringraziamo per la benevolenza accordataci,

la Segreteria del P.S.R.M.

“MERCOLEDI’ LITURGICO”
18 APRILE 2018

«L’escatologia nella liturgia. Il “già” e il “non ancora” del memoriale e della lode.» Mons. GUIDO MARINI

Anzitutto un saluto proprio cordiale e fraterno nella gioia di essere qui con voi.
Io in seminario vado sempre molto volentieri, perché nella mia vita di sacerdote ho avuto modo di stare diverso tempo in seminario: chiaramente come seminarista; però, poi, anche come direttore spirituale nel seminario di Genova, per alcuni anni, e insegnante; vivendo proprio anche per diversi anni all'interno del seminario. Per cui il mondo del seminario mi è molto caro anche per questi trascorsi personali, quindi sono davvero molto contento di essere qui con voi.
Lorenzo ha introdotto un po' la serata facendo presente la tematica.
E' chiaro che non è una tematica che affrontiamo scolasticamente, perché avete già tutti i vostri studi, i vostri esami che vi aspettano. Quindi la serata non è una serata accademica o di studio.
Io vorrei semplicemente introdurre con alcune riflessioni e presentando alcuni aspetti che mi sembrano importanti per mettere in relazione liturgia ed escatologia, cioè celebrazione liturgica e cose ultime (ecco, se vogliamo tradurre in modo molto semplice il termine escatologia), lasciando poi che un po' di dialogo, domande, risposte possano eventualmente aiutarci ad approfondire un po' il tema, oppure considerare alcuni aspetti di questo argomento che possano essere di interesse.

Ecco, per definire il rapporto tra liturgia ed escatologia, mi pare che sia importante considerare anzitutto tre aspetti.
Il primo è che, come dice la Sacrosantum Concilium, la liturgia è la celebrazione dell'opera della salvezza; il che vuol dire che il grande protagonista dell'atto liturgico è il Risorto. Se non ci fosse il Risorto, se non ci fosse Gesù Risorto, non ci sarebbe liturgia. La liturgia è l'insieme degli atti che Gesù risorto, oggi, compie nella Chiesa, rinnovando l'opera della salvezza, rendendola attuale per noi, in ogni tempo della storia. Questo mi pare che sia un primo punto importante.

Perché è importante in relazione al discorso rapporto liturgia-escatologia? Perché?
Là dove c'è la realtà della Risurrezione, là dove c'è Gesù Risorto e vivo, il Vivente, lì è già escatologia. Noi siamo nell'escaton, perché siamo dentro la realtà della risurrezione, siamo in relazione con Cristo risorto. E allora la liturgia che è il luogo, diciamo così, privilegiato e più alto per l'incontro con Cristo risorto, è luogo escatologico per eccellenza nella vita della Chiesa.
Allora, forse, dobbiamo rileggere un po' sotto questa angolatura, sotto questo punto di vista, anche alcuni aspetti celebrativi, che non sempre consideriamo, forse, in questa prospettiva. Mi riferisco, ad esempio, a questo: pensiamo alla grande processione di ingresso. Che cosa significa questo incedere processionale del celebrante, dei celebranti, nell'assemblea liturgica? E' l'ingresso di Cristo risorto in mezzo ai suoi. Pensiamo al Vangelo di Pasqua, quello che abbiamo ascoltato domenica scorsa: Gesù che entra e saluta i suoi. Bene, la processione d'ingresso, in un rito liturgico, è esattamente questo. E’, nel rito, il riproporsi dell'ingresso del Risorto in mezzo ai suoi nel cenacolo potremmo dire, o nel luogo in cui essi si trovano; pensiamo alla liturgia della Parola, quando tutti ci orientiamo verso l'ambone. Lì è il Risorto che porge a noi la Sua Parola adesso, ora, e che, per ritornare a quella pagina evangelica, ci ripropone quell'esperienza: Gesù che si rivolge ai suoi e parla loro facendo comprendere le Scritture, cioè scaldando il cuore, rendendolo capace di capire, comprendere, il progetto di Dio. E' di nuovo Gesù risorto che parla e che comunica ai suoi la parola di salvezza e di vita; poi, ci orientiamo tutti verso l'altare, dove Gesù Risorto si rende presente con i segni della Sua Passione, cioè del Suo amore senza misura per noi. E anche qui ritorniamo alla pagina evangelica. Cosa fa Gesù quando si presenta ai Suoi? Presenta i segni delle ferite, i segni dei chiodi, cioè i segni della Sua

passione, della Sua donazione di amore, del Suo darsi senza riserve per noi. Allora, anche qui è Gesù risorto che si mostra a noi così: il Crocifisso vivo, che per sempre rimane come colui che dona la vita per noi; e poi? Pensiamo anche, se volete, alla conclusione, quando di nuovo usciamo e usciamo ormai col Risorto che è con noi per andare a testimoniarlo nel mondo. E' l'ultimo elemento della pagina evangelica di Domenica: "mi sarete testimoni"; "siate miei testimoni".

Allora il Risorto riempie di Sé ogni momento dell'atto liturgico, perché è Lui il protagonista di tutto quello che accade. E' Lui l'artefice di quello che accade. Allora noi lì nella liturgia viviamo questa relazione privilegiata col Risorto; dunque viviamo un'esperienza escatologica. Ecco il rapporto liturgia ed escatologia sotto questo punto di vista: considerando la liturgia opera della salvezza; la liturgia come atto di Cristo Risorto nella Sua Chiesa.

Quando gli antichi, gli artisti antichi, progettavano le basiliche e nel grande abside che sovrastava la zona presbiterale dell'altare, raffiguravano il Cristo Pantocratore, volevano lasciare questo messaggio a coloro che entravano nel Tempio di Dio per partecipare al Sacro Rito: Cristo Risorto è presente; riempie di Sé questo ambiente ed è protagonista di quello che tra poco vivrai attraverso la liturgia.

Allora anche qui l'ingresso nell'ambiente nel quale si vive l'atto liturgico è l'ingresso in un ambiente escatologico, perché è l'ingresso nell'ambiente che è ricolmato della presenza del Risorto. Questo mi pare sia un punto importante, proprio per definire il rapporto liturgia ed escatologia.
Ecco lo vogliamo mettere bene a fuoco questo rapporto. Lo ritroviamo proprio perché Gesù Risorto, il Cristo Risorto, è artefice, protagonista, dell'azione liturgica.
Questo ha una conseguenza; parliamo anche di una conseguenza più legata a chi la liturgia la celebra. La sappiamo tutti, anche se ciascuno in modo diverso, e in particolare pensiamo anche a noi, oggi, ma anche un domani: L'Ars celebrandi, quindi l'arte di celebrare, il celebrare bene. Significa fare in modo che ogni momento del rito e l'atto liturgico in generale siano un'esperienza escatologica, cioè realizzino davvero un incontro del popolo del Signore con il Suo Signore che è risorto. Se la nostra celebrazione, le nostre celebrazioni, non arrivano a questo, cioè: ad essere un incontro col Risorto; se non sono un rivivere l'esperienza degli apostoli nel cenacolo che vedono arrivare Gesù vivo, lo ascoltano parlare e il cuore si scalda, lo vedono nel Suo essere sacrificato per amore e per noi, e non lo portano con sé nel mondo, la celebrazione non ha una valenza escatologica e non è quello che deve essere. Non raggiunge l'obbiettivo che deve raggiungere.
Questo mi sembra un primo elemento che, così in questa conseguenza che sottolineavamo, ci aiuta ad evitare una deriva, un errore, e anche un cattivo servizio che a volte possiamo rendere alla nostra gente: quello di pensare che i protagonisti siamo noi. Noi non siamo affatto protagonisti, o lo siamo nella misura in cui facciamo in modo che emerga l'unico vero grande Protagonista, il primo, che è il Signore risorto. Ogni qual volta noi che celebriamo, o coloro che svolgono un servizio, o comunque tutti coloro che sono riuniti in assemblea, in qualche modo dovessero mettere in ombra questa presenza di Gesù risorto, questo protagonismo di Gesù risorto, lì non ci sarebbe la liturgia autentica. Lì non saremmo in quella che la Chiesa vuole, in quello che il Signore ci ha lasciato. Tutti siamo al servizio quando viviamo la liturgia: al servizio di questa presenza del Risorto e quindi di questa dimensione escatologica del rito.
Veniamo ad un secondo elemento, sempre per sottolineare questo rapporto escatologia- liturgia. Ed è quello che ritroviamo in Sacrosantum Concilium, ed in altri documenti della Chiesa sul tema, che dicono che liturgia è certo opera di Cristo, ma è anche opera della Chiesa. E quando sottolineano questa dimensione dell'opera della Chiesa, ne parlano sempre non soltanto come della Chiesa in quanto questa comunità che si raduna per celebrare i misteri, ma della Chiesa in quanto tutta la Chiesa. Che significa certo questa comunità visibile, ma nel suo inserimento comunionale con la Chiesa intera, che è quella universale; e soprattutto nella dimensione comunionale con la Chiesa del Paradiso. E non c'è per nulla difficile rilevare questo aspetto all'interno di una celebrazione. Se noi consideriamo con attenzione i testi su cui preghiamo e che preghiamo, ci accorgiamo che è un continuo andare dalla realtà terrena della Chiesa alla realtà celeste della Chiesa; dalla dimensione pellegrinante della Chiesa alla dimensione contemplativa, nel Paradiso, della Chiesa; perchè di questo ci parlano la presenza degli angeli, la presenza dei santi, la presenza della Madonna. Tutto quello che è Paradiso dice questa comunione vitale della Chiesa pellegrina con la Chiesa che è già arrivata alla meta e dunque ci parla di un'opera e di un'azione che è della Chiesa, ma non come Chiesa qui, comunità soltanto,

ma della Chiesa tutta, della Sua totalità. Ecco perché torna tante volte nella Sacrosantum Concilium, ripeto, e anche in tanti documenti della Chiesa sul tema, l'immagine della Gerusalemme celeste.
Voi sapete che l'Apocalisse, questo ultimo grande libro della Scrittura del Nuovo Testamento, che Giovanni scrive ormai avanti nell'età, gli studiosi ci dicono che in realtà è una grande liturgia, con i momenti che la contraddistinguono: a partire dal grande esame di coscienza iniziale, che davvero costituisce come il rito di introduzione; a seguire poi negli altri aspetti che compongono un grande atto liturgico. E qui, in questo grande atto liturgico che San Giovanni descrive, esattamente noi comprendiamo cosa significa che la liturgia è atto della Chiesa come comunione tra Chiesa pellegrina e Chiesa celeste. Perché lì è un continuo andare e ritornare dalla Chiesa che cammina nel tempo e vive la persecuzione, la fatica, il dolore di stare dentro questo mondo e la contemplazione statica della Gerusalemme del Cielo, che comunica vitalmente con noi che camminiamo nel tempo.

Perché abbiamo ricordato questo aspetto dell'atto liturgico? Perché questo anche ci parla della dimensione escatologica della liturgia. Perché nella liturgia noi viviamo, in qualche modo, la comunione con le realtà eterne, con ciò che è già definitivo e che, torniamo al primo punto, è in relazione col Cristo risorto. Perché la Chiesa del Paradiso insieme alla Chiesa pellegrinante è il corpo del Risorto.

Ecco il secondo aspetto del rapporto liturgia-scatologia, che ritroviamo qui dove capiamo e vediamo che una celebrazione è una celebrazione della Chiesa intera, nella sua totalità.
Anche qui ci sono alcune conseguenze sul piano celebrativo, che ci riguardano da vicino, per il presente e per il domani; perché una celebrazione questa dimensione deve riuscire a comunicarla. Non vi può essere solo una dimensione orizzontale. Vi deve essere questa dimensione verticale, in cui si percepisce che lì dove noi siamo riuniti c'è qualcosa di più grande, di più alto, che si rende presente. C'è un "non ancora" che è "già" lì in qualche modo.

I padri antichi, spesso, usavano questa immagine in fondo per dirci la stessa verità, cioè: l'atto liturgico, la liturgia, è l'affacciarsi del cielo sulla terra. Che cosa volevano dire con questa immagine, che può apparire semplicemente suggestiva, ma poi magari priva di contenuto reale? No! E’ suggestiva ed è piena di contenuto reale. Perché è così!

Nell'atto liturgico cielo e terra si incontrano. In cielo c'è la Chiesa che è già arrivata e si incontra con questa Chiesa pellegrina, ancora affaticata in mezzo al mondo, e si vive questa comunione profonda, che poi in realtà è la Comunione dei Santi, nella sua dimensione più ampia, più bella e più completa.
Ecco allora il secondo elemento per definire questo rapporto tra liturgia ed escatologia.

Veniamo al terzo elemento, aspetto. Ed è un aspetto che noi ritroviamo anche qui in tanti testi, che ci sono abituali e consueti, ma come capita poi per tutte le cose abituali consuete poi perdono un po' la loro capacità di catturare l'attenzione e di parlarci in modo persuasivo. Quando noi in particolare, prendo uno di questi testi, rispondiamo all'annuncio del celebrante: "Mistero della Fede"; noi lì facciamo una sintesi bellissima di ogni realtà sacramentale, perché diciamo: "Annunciamo la tua morte, proclamiamo la Tua risurrezione nell'attesa della Tua venuta". Qui siamo di fronte ad una sintesi sacramentale. Di fatti San Tommaso, quando deve parlare di sacramenti, ne parla secondo queste tre prospettive, perché ogni sacramento è memoria, atto e già prospettiva futura. Ma qui noi ci soffermiamo sul terzo elemento: "nell'attesa". Ecco la dimensione dell'attesa è una dimensione tipica della liturgia, ed è una dimensione che ritorna continuamente.

Pensiamo anche dopo il Padre Nostro: "nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo". La liturgia è abitata da quel grido che chiude la storia biblica: "Marana tha!"; "Vieni, Signore Gesù!".
Tutto l'atto liturgico è abitato da questo grido, da questa invocazione, da questo desiderio, perché (ecco il terzo aspetto della dimensione escatologica) vivere la liturgia, che è vivere in relazione col Risorto, che è vivere in relazione con la Chiesa già arrivata alla meta, non può che essere anche un vivere l'attesa; che si compia in modo definitivo quello che ora stiamo, in qualche modo, vivendo e pregustando.

Allora il concetto di pregustazione è un concetto tipicamente liturgico, perché è un concetto che mette in risalto lo sprigionare nel cuore del credente l'attesa: io ho pregustato e quindi desidero che si compia; ho anticipato il gusto e non vedo l'ora che trovi compimento questo gusto; ho intravisto e aspetto di vedere, a tu per tu, faccia a faccia.

Il rito liturgico deve mantenere desto in tutti noi questo senso della precarietà della nostra vita, del pellegrinaggio della vita e del compimento che aspettiamo dal profondo del cuore.

Io a volte racconto, in forma semplice, però le cose semplici hanno anche la capacità di aiutarci a capire, ad assimilare bene col cuore:
<<C'era in una parrocchia, un'anziana signora che frequentava abitualmente la Chiesa.
Era una Signora molto devota e si recava in chiesa quasi ogni giorno: partecipava alla messa, spesso si confessava e, sovente, le era anche caro intrattenersi un po' col suo parroco, un po' per discorrere così di cose varie, ma anche proprio per chiedere alcune cose sulla vita della fede, sul proprio cammino spirituale. E il parroco le voleva molto bene ed era affezionato.

Poi andando avanti gli anni, questa signora venne il momento che in chiesa non riuscì più ad andare. Allora il parroco, che però sapeva quanto le stesse a cuore sia la comunione e la confessione, decise di andarla a trovare periodicamente. Allora, andandola a trovare le portava la comunione, ogni tanto la confessava e, come facevano in parrocchia, si intratteneva con lei a parlare, così, amabilmente. E ancora questa signora le chiedeva spesso un po' di questioni sulla vita, sulla vita di grazia e di fede.

Passando il tempo la salute di questa signora si aggravò e venne un giorno nel quale, terminato il loro incontro, questa signora, rivolgendosi al suo parroco, ad un certo punto gli disse:
"Senta, signor parroco, io capisco che ormai il Signore sta per venire a prendermi. Io allora vorrei lasciarle alcune mie volontà, perché sa la fiducia che ho in lei. E le chiederei davvero con tutto il cuore che queste mie volontà vengano osservate quando sarà il momento".

E il parroco disse: "Ma certo, signora, senz'altro. Lei mi dica! Lo sa, tutto quello che lei desidera io lo farò volentieri. Non abbia timore." E allora cominciò ad esprimere queste sue volontà.
Terminato questo dialogo, fecero per salutarsi, poi mentre il parroco stava per congedarsi la signora fece: "Aspetti! Aspetti un attimo, perché ho dimenticato di dirle una cosa, che è la cosa più importante che mi stava a cuore; ma sa che la memoria un po' mi vacilla, però se ha ancora un attimo..."

"Sì, signora!", disse il parroco, "Dica! Volentieri!".
"Lei sa bene...c'è una cosa che proprio vorrei dirle...ed è questa: sa che quando si muore vengono le pompe funebri e poi si compone la salma, si mette nella bara...poi cominciano a venire le persone per rendere omaggio...per pregare...."
"Sì, sì, sì signora lo so!", disse il parroco.
"Beh allora io vorrei questo: che lei fosse presente a questo momento e quando io sarò composta e vestita, prima che la gente cominci ad arrivare, lei...desidero che lei mi metta un cucchiaino in mano.".
Il parroco, lì per lì, rimase un po' perplesso, però fece finta di niente e disse: "Sì, sì, signora, va bene! Io volentieri, se lei lo desidera, mi memorizzo bene questa sua volontà e quando sarà il momento farò quello che lei mi ha chiesto.".
Poi, allora, si congedarono e il parroco si diresse verso la porta, però tant'è che questa cosa quà gli rodeva un po'.
Allora si volse e tornò indietro: "Signora, scusi se io non ho detto niente però, mi tolga la curiosità. Mi dica, ma perché vuole che io le metta questo cucchiaino in mano?".
Allora questa anziana signora disse: "Sì, sì ma certo! Scusi, anzi, che non le ho spiegato il motivo. Vede il motivo è questo: quando ero più giovane e mi capitava, a volte, in alcune circostanze, di essere invitata a pranzo o a cena, e a volta in pranzi e cene un pochino più significative e solenni, e mi facevano accomodare al mio posto, quando io mi mettevo lì al mio posto e guardavo quello che era stato preparato, a volte vedevo che col piatto, i bicchieri e le posate, c'era anche sopra un cucchiaino. Allora quando io vedevo questo cucchiaino, tra me pensavo: -oh, che bello! Oggi mi va bene, perché c'è il dolce. Quindi il meglio deve ancora venire!-. E vede allora, signor parroco, io vorrei che lei spiegasse alla gente che verrà lì vicino a me a pregare, che cos'è questo cucchiaino. Voglio che sia la testimonianza che io lascio a questi miei fratelli e sorelle e cioè: che il meglio deve ancora venire, perché non è qui!">>
Ecco la liturgia deve farci sentire, dal profondo del cuore, che il meglio deve ancora venire! Perché lo pregustiamo il meglio, lì! Ne rimaniamo catturati, affascinati, conquistati e dunque dal cuore sorge questo grande grido: "Vieni, Signore Gesù!". L'attesa! Ecco la dimensione escatologica della liturgia.
Quindi: il Risorto; la Chiesa del Paradiso; l'attesa; Questi sono i tre elementi che ci aiutano a capire in quale senso la liturgia è escatologica.
Ed è chiaro che per questo terzo aspetto vale quello che dicevamo per gli altri due, perché ha delle ricadute sul piano celebrativo; perché se coloro che partecipano ad una celebrazione non vanno via con il cuore che è

scaldato da questa attesa; da una nostalgia per qualcosa che hanno vissuto, ma che non è ancora totalmente nostro; abbiamo fallito! Le nostre celebrazioni non sono quello che devono essere!
Questi i tre punti così importanti: l'incontro con Gesù risorto, che vedo dappertutto, ascolto ovunque, lo incontro nel rito; la Chiesa del Paradiso, con la quale sento di vivere in comunione e che mi parla di un cielo che si unisce alla terra in quel momento; e, dunque, l'attesa come anticipazione bella di qualcosa che davvero diventa la prospettiva del mio cammino.

Se sul piano, poi, celebrativo tutto questo non viene messo in evidenza, non lo viviamo e non lo partecipiamo, non abbiamo vissuto davvero bene, non abbiamo celebrato davvero bene! E per ritornare su una parola, che sappiamo tanto cara alla Sacrosantum Concilium e a tutta la riforma liturgica: non abbiamo davvero partecipato e fatto in modo che la nostra gente partecipasse.
E per concludere, mi piace allora sottolineare due parole, che non possiamo non avere a mente quando viviamo la liturgia, quando la prepariamo, quando la celebriamo, che poi fanno sintesi di questi tre aspetti, e sono: la parola speranza e la parola bellezza.
La parola Speranza, perché nella liturgia impariamo a sperare. Ed è per questo che la liturgia è escatologica, perché ci fa sperare della speranza teologale, quella autentica.
Noi forse, anzi senza forse, entriamo nell'incontro in liturgia, con il peso, le fatiche, i dolori e a volte i dubbi, e a volte anche le oscurità che riguardano la vita. Noi dovremmo sempre poter, grazie alla partecipazione all'atto liturgico, tornare a sperare, perché liturgia significa speranza; perché significa Gesù risorto, Chiesa del Paradiso, pregustazione di quello che sarà: Speranza!
E l'altra parola è: Bellezza. Qui non si parla della bellezza estetica, necessariamente, o di un tipo di bellezza. Si parla di quella bellezza che è propria del cuore di Dio e che deve risaltare in una comunità celebrante. Perché Cristo risorto è bello, non può non essere bello! La Chiesa del Paradiso è bella, non può non essere bella! La pregustazione porta in sé l'esperienza della bellezza, non può non esserci il bello!
Allora il bello è la bellezza di una comunità viva. Il bello è la bellezza di un'armonia. Il bello è la bellezza, anche, di quello che caratterizza ciò che riguarda il rito; ma certo noi abbiamo queste modalità poi esterne. Ed è la bellezza di un amore che si vive in quella comunità. E' la bellezza del cuore di Dio e dell'amore di Dio che si riflette in ogni dettaglio del rito. Deve essere bella di questa bellezza la nostra liturgia. E qui sta di nuovo l'elemento escatologico.
Quindi quei tre aspetti e queste due parole, che ne sono in qualche modo, se vogliamo, anche la sintesi e la conseguenza: speranza e bellezza.
Ecco questo era per un po' introdurci e dirvi alcune cose che forse possono esserci utili e aiutarci a vedere questo rapporto così bello e importante tra liturgia ed escatologia, perché, e chiudo, certamente la liturgia la possiamo considerare sotto tanti aspetti diversi, ovviamente, però questo dell'escatologia, che non sempre poi è così magari sottolineato e approfondito, ha la capacità di fare anche una sintesi di ciò che la liturgia è nella sua realtà più profonda, più bella e più vera.

SEMINARISTA:
Io avrei una domanda, per rompere il ghiaccio. In realtà sono due.
Una: di questa dimensione escatologica che abbiamo illustrato, ne abbiamo parlato appunto a livello di celebrazione eucaristica, ma nelle altre liturgie, ad esempio mi viene in mente la Liturgia delle Ore, questi aspetti che abbiamo trattato, cioè del Risorto, della Chiesa e dell'attesa, come emergono? Nel senso: la Liturgia delle Ore è santificazione della giornata e preghiera della Chiesa pellegrina e anche della Chiesa celeste, ma come vivere concretamente questa dimensione e questi aspetti, perchè è molto meno evidente in una Liturgia delle Ore. Questa è la Prima.
La seconda: se è liturgia comunque ecclesiale, quando un sacerdote celebra da solo, cioè nella Liturgia Eucaristia vi è il singolo sacerdote e basta, lì questi tre aspetti falliscono tutti e tre? Manca comunque l'aspetto rivolto alla Chiesa, mi viene da pensare! Questo sono un po' le domande.

MARINI: Allora, per quanto riguarda la prima domanda. E' chiaro che nella celebrazione eucaristica gli elementi risultano più evidenti, perchè nella celebrazione eucaristica abbiamo la Liturgia nella sua espressione più alta. Tutte le altre espressioni liturgiche partecipano della celebrazione eucaristica e quindi discendono e conseguono da essa. Tanto chè si dice che la Liturgia delle Ore è, come dire, diventa

preparazione e ringraziamento rispetto alla Liturgia Eucaristica, anche nel complesso di una preghiera quotidiana e giornaliera. Allora attinge dalla celebrazione eucaristica i suoi grandi elementi e vive di questi grandi elementi. Per cui ci sono! Dobbiamo metterli in relazione a quelli per ritrovarli nella loro presenza significativa e bella, perchè? La presenza di Cristo risorto! Non ci sarebbe Liturgia delle Ore se non fosse la preghiera del Cristo risorto, perchè nella Liturgia delle Ore abbiamo, anche qui, un coro a due voci, perchè è innanzitutto la preghiera che il Cristo risorto nell'eternità rivolge al Padre. Quindi è la preghiera nella quale si inserisce la Chiesa, ma è la preghiera continua ed eterna del Figlio al Padre, nel quale noi entriamo dentro. Nello stesso tempo, esattamente è la Chiesa del Paradiso, la Sposa, che fa propria la preghiera del Cristo risorto e con il Cristo risorto si rivolge al Padre. E nello stesso tempo, proprio perché si rivive questo, e anche qui i testi ci aiutano, diventa anche la preghiera dell'attesa e del cammino. Ed ecco poi quindi Speranza e Bellezza come due elementi che si ritrovano.

Allora, mi pare, che si possa dire che sono immediatamente meno evidenti, ma che nello stesso tempo si possa e si debba dire che questi elementi sono partecipati. E in verità poi li troviamo quando andiamo a capire e a comprendere la Liturgia delle Ore che cos'é: preghiera di Cristo e preghiera della Chiesa cioè: preghiera del Cristo risorto dentro il quale noi viviamo, in comunione col quale preghiamo e preghiera della Chiesa, sempre tutta, secondo quello che dicevamo, in comunione con la quale ci troviamo e quindi, di nuovo, con la quale preghiamo. Il tutto sempre in questa dimensione chiaramente di attesa che la liturgia tutta trasuda.

Per l'altro aspetto: in parte è vero, tanto ché la celebrazione del sacerdote da solo non è la via ordinaria. Però, è vero anche un'altra cosa: che se mancano alcuni aspetti visibili di questa realtà, permangono tutti gli aspetti di sostanza di questa realtà, perchè anche nel sacerdote, che in via del tutto eccezionale, dovesse celebrare da solo, permane il fatto che il Cristo risorto è protagonista dell'atto celebrativo; permane il fatto che la Chiesa tutta lì si dà convegno, in quell'atto celebrativo; permane il fatto che l'attesa è la chiave del linguaggio celebrativo. Per cui: viene meno qualche aspetto visibile del segno, ma non viene comunque mai meno la sostanza di quello che l'atto celebrativo è. Per cui ritroviamo questo rapporto liturgia-escatologia anche in questa circostanza eccezionale, non ordinaria, nella quale però è possibile, anche a volte, celebrare.

SEMINARISTA:
Una domanda, forse, un po' sciocca; però, perchè la Liturgia delle Ore è preghiera del Cristo risorto?

MARINI:
Perchè tutta la preghiera della Chiesa è preghiera di Cristo risorto. La preghiera cristiana è la preghiera che lo Spirto del Risorto anima nel cuore del credente. Allora, la preghiera del cristiano è sempre la preghiera che lo Spirito suscita e che pone in comunione col Cristo risorto, che è rivolto al Padre. E' sempre questa caratteristica trinitaria che ci unisce nella comunione profonda col Cristo orante. Non c'è un'altra preghiera cristiana! Allora, la Liturgia delle Ore è, in un modo del tutto singolare e nella sua ufficialità e pubblicità, la preghiera del Cristo risorto con cui ci unisce l'opera dello Spirito.

SEMINARISTA:
Ho una domanda! Abbiamo parlato del Risorto, della Chiesa del Paradiso, dell'attesa. E sono realtà che hanno, in un certo qual modo, un legame con la morte: il Risorto è Colui che ha sconfitto la morte; il Paradiso si vive dopo, con la morte; l'attesa che si conclude con la morte. Dove voglio arrivare? Il professore di Teologia Fondamentale amava ripetere che davanti alla morte siamo tutti metafisici; quasi come un'apertura all'escaton, al dopo; una reazione quasi naturale per donarsi davanti alla morte e alle realtà ultime.
Però, quello che voglio chiedere é questo: soprattutto nelle celebrazioni che assumono, poi, rilievi abbastanza drammatici come: il funerale di un giovane, immagino, un padre di famiglia, una giovane mamma, insomma, qual é il modo per far sentire, anche in un contesto così difficile, la presenza del Risorto, la bellezza del Paradiso? Perché a volte ho l'impressione che ci si fermi all'evento della morte. La stessa cosa accade, paradossalmente (parlo almeno per la mia Chiesa particolare), nella liturgia del Venerdì Santo: frequentatissima, vissuta anche con trasporto, anche da chi la Chiesa la frequenta poco o niente, e poi ci si ritrova alla Veglia Pasquale in pochi. Ecco, questo! Come trasmettere tutta questa bellezza, questa Speranza

in modo accessibile anche a chi si approccia per le prime volte o a chi è più lontano? Questa è la domanda!

MARINI:
Sì, è chiaramente una sfida questa continua e che, d'altra parte mi pare, la Liturgia può assumere e accollarsi perchè dalla sua parte ha il linguaggio dei segni. E i segni, che noi viviamo nella celebrazione, devono essere dei segni parlanti e devono parlarci tutti di questa realtà. Faccio un esempio: la liturgia è fatta dei segni più ordinari, che poi sono quelli che magari qui neppure rischiamo di accorgerci, ma che sono così significativi. Io penso: una comunità accogliente è un segno della risurrezione! Perchè per me che entro in chiesa addolorato, straziato da un dolore, una comunità che mi accoglie con amore, con attenzione e che usa i tratti delicati di un amore è segno del Cristo risorto. Una chiesa nella quale si celebra in un certo modo, in cui c'è il registro, anzi tanti registri, che la liturgia ha, perché: ha il registro del canto; il registro della parola; il registro della luce; il registro dei profumi; ha tantissimi registri, attraverso i quali bisogna comunicare che il Signore è risorto e vivo. Qui veramente scende in campo l'arte del celebrare, che non è il fissarsi su alcune cose, ma il desiderio del pastore che vuole attraverso i segni che ha a disposizione, il linguaggio umano che, tra l'altro, la gente capisce, comunicare questa verità. Perché tu che stai entrando in questo atto e che ci entri gioioso, triste, con sulle spalle una vita bella o con sulle spalle un dolore che ti sta sommergendo, con i dubbi, devi entrarci e poter uscire da lì dicendo: "Sì, oggi ho fatto qualcosa che mi ha trasformato il cuore! Mi sono incontrato con una dimensione che davvero ha lasciato traccia!". Ma questo come lo fa? Questa è l'arte del celebrare, cioè: la capacità nostra di far comunicare ai segni quello che devono comunicare. Quello che dicevamo prima: Risorto; la Chiesa del Paradiso; l'attesa. Ma questo è un linguaggio dei segni; perchè quei segni possono comunicare questo o non comunicare questo. Ed è qui che entra in campo la nostra collaborazione, la nostra partecipazione alla Liturgia per quello che deve essere. Questo è il nostro compito: l'essere a servizio della realtà dell'atto liturgico e fare in modo che questa realtà emerga in tutte le sue potenzialità. Ecco, allora, io credo che sia proprio questo, cioè: la concretezza della comunità celebrante, attraverso la quale io posso toccare con mano una realtà che mi trasforma, che lascia il segno e che forse anche alla persona più distante lascia un interrogativo: "Ma perchè vivono così? Perchè questa realtà serena? Perché questa bellezza che mi riempie il cuore? Perchè questa gioia che mi contagia?".
Ricordate quello che racconta sant'Agostino quando a Milano entrava in sant'Ambrogio e partecipava alla preghiera della comunità radunata e usciva in lacrime perchè quei canti, quel modo di pregare, quei cristiani che si guardavano probabilmente in un certo modo e che vivevano lì in un certo modo, gli toccava il cuore e piangeva di commozione? Ecco questo è il linguaggio che parla di un Gesù vivo, di un Gesù risorto! Questo! Ecco, credo che dobbiamo arrivare a questo!

SEMINARISTA:
Monsignore, lei introducendo il discorso dei segni un po' già ha risposto alla mia domanda, però io mio chiedevo: la liturgia, lei ci diceva, è abitata dal desiderio e Dio si trova nell'ordine e nella bellezza. Ordine e bellezza spingono l'uomo a sperare e a vivere l'attesa.
Ora io mi chiedevo: come aiutare il popolo di Dio a cogliere questa tensione escatologica, in una società come la nostra, dove il segno è spogliato del suo significato e l'arte è incapace, tante volte, di manifestare bellezza e dunque di manifestare Dio? Come approcciarsi e far vivere al Popolo questa dimensione escatologica se è questo quello che ci consegna la società odierna?

MARINI:
Sì, da una parte penso che rimanga sempre vero l'importanza della formazione! Ma questo ormai riguarda tutto, lo sappiamo. E dato che riguarda tutto, riguarda anche l'esperienza liturgica. Quindi c'è una formazione che è quella di cui la nostra gente ha bisogno, sempre più bisogno, della quale non possiamo privarla. E questo è un punto!
Però, mi pare ci sia anche un'altra cosa che deve darci fiducia. E' vero che spesso i segni o non sono capiti oppure viviamo anche in contesto culturale in cui è difficile anche leggere il segno! Questo è vero!
Però è anche vero, e su questo noi siamo anche un po' manchevoli mi pare, che abbiamo reso le nostre liturgie troppo un fattore di testa. Devono essere anche un fattore di cuore; e dove dico cuore non dico semplicemente l'aspetto emotivo emozionale, che anche questo comunque non è da buttare via, perchè

l'uomo è fatto anche di emozioni e quindi fa parte della complessità dell'esperienza umana; ma dico anche tutti quegli altri elementi che sono la ricchezza dell'atto liturgico. Ma sono la ricchezza dell'esperienza umana, perchè io nel rito devo certo ascoltare e capire, bene, però devo anche sentire, devo anche vedere, devo anche toccare. Per cui sentire un profumo vuol dire fare un'esperienza anche di fede. Vedere una luce o determinate cose vuol dire fare un'esperienza anche di fede. Toccare determinate cose vuol dire fare un'esperienza di fede. Mi sembra che dobbiamo recuperare l'interezza davvero dell'esperienza umana, perchè la liturgia tocca tutte le parti dell'uomo. Deve toccare tutte le parti dell'uomo, perchè deve sollecitare l'intelligenza, ma deve sollecitare il cuore, deve sollecitare il sentimento, deve sollecitare la volontà e deve sollecitare come uomo. E allora questo, a mio parere, ci dà fiducia, perchè poi di fatto noi quando ci incontriamo con dei segni parlanti rimaniamo segnati da questi segni. E' quando i segni non parlano che non ne rimaniamo segnati. Ma quando i segni parlano rimaniamo segnati!

Prima facevo l'esempio di una comunità che si raduna ed è accogliente; ma questo è un segno liturgico, non è qualcosa che è extra, perchè quando io entro in chiesa e mi sento accolto con il benvenuto e c'è un sorriso che mi fa sentire le braccia della Chiesa che sono aperte per me, come se davvero fossi a casa mia, quello è un segno liturgico! E' questa semplicità di segni che poi è la ricchezza dei segni.

Adesso domani io andrò a Molfetta, poi il papa arriva venerdì... c'è qualche pugliese quà?
(in molti alzano le mani) ah, ecco! (Risate) E allora i pugliesi sanno bene come diceva Mons. Tonino Bello, che bisognava passare dai segni del potere al potere dei segni. Beh, i segni hanno un potere: il potere dei segni. E noi abbiamo una ricchezza straordinaria da questo punto di vista, che non usiamo, che usiamo male, perchè siamo superficiali, perchè......e invece abbiamo una ricchezza straordinaria. Si tratta di, a volte, applicarci di più. Ripeto, non per un fattore, passatemi adesso un attimo l'espressione: "Lui fa così perchè ha il pallino della liturgia!". Ma no! Perchè siamo pastori che hanno a cuore la nostra gente e sappiamo che la nostra gente, una buona parte della nostra gente, è lì che si incontra con il mistero del Signore. Lo incontra lì Gesù. Noi dobbiamo dargli tutte le possibilità per incontrarlo davvero bene, in profondità. Ecco: è l'espressione di un cuore di pastore a far parlare i segni.
Chiaro che poi tutto non si riduce lì, ecco, io non vorrei far essere panliturgismo. Per carità! Perché la vita della Chiesa è fatta di tante altre cose, però questa è una delle cose che abbiamo per le mani quotidianamente, che caratterizza la vita delle nostre comunità e che quindi deve veramente appassionarci, ma in questo senso! Perchè se c'è una cosa che non va bene è appassionarsi alla liturgia, ma in un modo che è sbagliato. Allora appassionarci, ma col cuore del pastore!
Poi scusate, dato che parliamo di passioni: appassionarci in quel modo che dicevo, poi senza litigare! Perché se c'è una cosa su cui non dobbiamo litigare è proprio la liturgia! Perchè la liturgia è il luogo della comunione, il luogo della preghiera, il luogo dell'incontro col Signore. Quindi sulla liturgia non si litiga! La liturgia è il luogo della comunione, della pace, dell'unità, della preghiera e dell'incontro con Gesù e dell'essere Chiesa ora! E' importante! Se litighiamo sulla liturgia, già vuol dire che non ci siamo disposti nel modo corretto a parlare di liturgia, a vivere la liturgia!

SEMINARISTA:
Sulla Chiesa del Paradiso ho due curiosità. In che modo veramente partecipa alla liturgia? E poi vorrei sapere: nella storia della Chiesa come si è arrivati a questa verità? Mi sembra che Gesù non parli di questo. Volevo sapere se c'è stato qualche concilio oppure se i primi cristiani sono arrivati a questa verità che anche chi non è più con noi partecipa alla liturgia. Quindi, appunto, come si è arrivato a questo e come poi effettivamente partecipa alla liturgia la Chiesa del Paradiso?

MARINI:
Beh allora, sul come partecipa dobbiamo forse pensare questo: che noi non avremmo la nostra liturgia se non ci fosse la liturgia del Paradiso; perché la liturgia nostra è riflesso di ciò che avviene nell'eternità; perchè la liturgia prima e fondante è Cristo sempre vivo che intercede per noi. Questo è il fondamento della liturgia. Allora se non ci fosse questo nell'eternità, di Gesù che presenta eternamente le Sue piaghe al Padre e intercede per noi, non ci sarebbe nessun atto liturgico. Allora la partecipazione e la comunione è già detta da questo punto di vista. Per cui, ripeto, dobbiamo partire forse da questa prospettiva che non sempre magari ci è familiare: che la liturgia è anzitutto la liturgia del Cielo e noi viviamo come un riflesso di questa liturgia,

che si rende presente sui nostri altari. Però, c'è un primum e questo primum, in senso ontologico, è davvero, come dice la lettera agli ebrei, Cristo sacerdote che intercede per noi davanti al Padre. Questo è il punto! E nel momento in cui, appunto Cristo intercede per noi davanti al Padre, sempre, nell'eternità è chiaro che la Chiesa tutta che lì si rende presente, ma c'è prima quindi la Chiesa del Paradiso nella nostra Chiesa, proprio anche per questo motivo. Quindi c'è questo primato della liturgia del Cielo, rispetto alla quale la nostra liturgia è il riflesso e la partecipazione. Come questo poi si sia affermato, direi che questo fa parte della consapevolezza da subito della vita della Chiesa. Questo noi lo vediamo fin dai primi testi liturgici, le prime preghiere liturgiche; subito ecco c'è questa consapevolezza della comunione profonda tra Chiesa pellegrina e Chiesa del Cielo. Pensiamo anche ai testi di san Giustino, quindi fino dagli inizi, tutto ciò che riguarda la liturgia, la celebrazione, la vita della Chiesa da questo punto di vista, ci parla di una comunione orante, per cui c'è un camminare insieme noi pellegrini e coloro che sono già arrivati.

Nell'esperienza, così passando ad un aspetto più agiografico, però dobbiamo ricordare che la vita dei santi è un luogo teologico. Quindi la vita dei santi ha anche la sua capacità di aiutarci a capire le verità della Fede. Abbiamo l'esperienza dei santi che con i loro occhi luminosi e di fede cristallina vedono, a volte, al di là di quello che noi vediamo, quindi: la presenza, pensiamo a quello che, non so, Padre Pio o altri santi nella storia della Chiesa, che hanno parlato delle loro esperienze, cioè della loro visione della presenza della Madonna, degli angeli, dei santi, lì nell'atto liturgico. Ma non è strano! E' quello di cui ci parla il rito! E' ciò di cui ci parla il messale: "insieme agli angeli e ai santi cantiamo senza fine". Insieme! Insieme! Noi siamo dei poveracci e cerchiamo di immaginarlo che siamo immersi in quella realtà. A volte i santi hanno la grazia di vederlo questo anche sensibilmente. Però la realtà è questo nostro inserimento dentro questa realtà più grande e più ampia che è la famiglia di Dio: angeli; santi; beati; il Paradiso nel quale siamo inseriti.

SEMINARISTA:
Monsignore, avendo lei appunto la responsabilità di curare la liturgia del papa, come riesce a trasmettere questo rapporto con l'escatologia in riferimento a papa Benedetto e papa Francesco. E anche in riferimento all'immagine che loro hanno a livello universale?

MARINI:
Eh, faccio quello che posso! (Risate) No nel senso che nei limiti del possibile si cerca di, io poi insieme a tutti i miei collaboratori, di essere attenti a questi aspetti di cui facevo cenno e quindi anche a quel linguaggio, a quei segni, che ci aiutano, ecco, a sottolineare queste dimensioni. Ovviamente, essendo liturgia papale, mettendosi al servizio del papa! Per cui è chiaro che il singolo pontefice può aver una sensibilità particolare, per cui è normale che ci possono essere anche delle differenze tra un pontificato e l'altro su alcuni aspetti del rito, del modo di celebrare. E' abbastanza, per esempio, chiaro che ci sono alcune differenze di stile tra papa Benedetto e papa Francesco, non di sostanza, però di stile sono abbastanza evidenti. Ma nello stesso tempo, attraverso queste differenze di stile, ecco mi pare che la sostanza comunque v'è di quello che il rito deve comunicare, che avvenga in un modo o avvenga in un altro, possa venire attraverso uno stile e possa avvenire attraverso un altro stile. E diciamo che il compito mio, il compito nostro, è quello più possibile di fare in modo che la sostanza, la realtà della celebrazione liturgica possa trovare forma, realizzazione, in modo più possibile esemplare, perchè è la liturgia del papa, entrando dentro uno stile che è lo stile del papa. Quindi non è un compito facile mettere insieme tutte queste cose! (Risate) Forse a volte non ci si riesce, però il tentativo è proprio questo, mettere insieme questo: riuscire a fare in modo che attraverso i segni, il linguaggio dei segni, con quello che è nelle nostre possibilità nel momento in cui si
prepara una celebrazione, venga in risalto questa verità dell'atto liturgico, attraverso la modalità celebrativa che è tipica di una liturgia papale e in specie di quel papa che celebra.

 

Archivio

Avvisi

Sito web ufficiale del Pontificio Seminario Romano Maggiore

Hai commenti o suggerimenti sul sito? Non esitare, contattaci! Grazie della collaborazione.

Ubicazione

Piazza San Giovanni in Laterano, 4 - 00184 Roma

+39 0669 8621 | +39 0669 886159