Omelia di S. E. R. Mons. De Donatis per la Festa della Fiducia

Riportiamo il testo integrale dell'omelia tenuta da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Angelo De Donatis, il giorno 10 febbraio in occasione della Festa della Madonna della Fiducia, durante la messa da lui presieduta. 

Carissimi,

la festa della Madonna della Fiducia è per tutti noi occasione per pregare ed essere vicini al Seminario romano, ai seminaristi, ai formatori e anche una bella opportunità per incontrarci tra preti che celebrano anniversari. Per incontrarci con gli ex alunni e con i formatori del passato e anche con tanti di voi che sono affezionati al seminario, famiglie e amici. Su tutti scenda la consolazione dello Spirito Santo; la festa sarà ancora più bella se accompagnata dalla riflessione su cosa ci aspettiamo dal seminario. Sulle cose da migliorare o almeno da evitare e la “parola scordata”, quindi non altre dimensioni, ma la “parola scordata” soprattutto deve guidarci in questo discernimento. E allora tre parole ci possono aiutare a fare insieme così un po' una riflessione. 

Le parole possono essere queste: tentazione, memoria, comunione.

La prima parola “tentazione”: il passo della Genesi ci mette davanti un aspetto insolito della sapienza e della bontà del Creatore. Dio non plasma un automa. Dio plasma una creatura in divenire, capace di fedeltà e di infedeltà. Il bambino per imparare a camminare deve necessariamente sperimentare la caduta. Dio prevede che ci possano essere sia la tentazione sia la caduta, ma soltanto in vista di un bene maggiore. Il fallimento in vista della santità. Il disorientamento in previsione del discernimento. Non a caso, il Talmud insegna che Dio prima di fare il mondo ha creato la Teshuvah, la conversione. Tentazione e fedeltà sono la cornice della vita cristiana. Anche Gesù è stato condotto nel deserto per essere provato.

Purtroppo abbiamo spesso coltivato una spiritualità presbiterale statica, fatta di atti e di virtù, abbiamo sognato un prete impeccabile, un prete senza smagliature. Quando questo ideale si scontra con la realtà allora lo specchio si infrange. Tutto viene rimesso in discussione. La vita spirituale che avevamo coltivato a colpi di volontà si sbriciola, non regge. Ci siamo auto-dispensati dalla necessità della prova facendone un incidente di percorso, e allora la domanda spontanea: è genuinamente biblica questa vita spirituale?

La fedeltà non nasce dall’impeccabilità, la fedeltà nasce dall’umiltà. I padri sono chiarissimi su questo aspetto “togli la prova e nessuno si salverà”. Lo dicono chiaramente, e

ancora “il superbo quando cade si dispera, l’umile invece si rialza subito e matura un cuore misericordioso verso ogni creatura”. E allora il desiderio forte che affidiamo alla Madonna è quello di formare preti che sappiano veramente resistere nell’amore, che sappiano radicarsi nell’amore. Preti che siano umili, capaci di combattere la buona battaglia spirituale. Quindi la prima parola “tentazione”.

La seconda parola memoria. Luca negli atti ricorda la presenza di Maria nella Chiesa Madre di Gerusalemme. Maria condivide con la famiglia del Figlio suo lo spezzare il pane, condivide i beni materiali, condivide la preghiera, ma soprattutto condivide l’attesa dello Spirito. La Vergine nella Chiesa nascente non è un accessorio. La sua presenza è essenziale alla verità della fede. Con il suo rimanere a Gerusalemme ricorda a tutti che il Crocifisso risorto è lo stesso il bambino di Betlemme. Il carpentiere galileo che ha condiviso la fatica quotidiana di tutti gli uomini. Allora questo servizio della memoria Maria lo rende a ciascuno di noi. Maria ricorda che solo una carne vera, una carne concreta quindi non un fantasma è destinataria della resurrezione. Purtroppo qualche volta nella storia la madre di Dio è stata presa come vessillo di una devozione angelicata, diafana, senza spessore creaturale. Maria invece è il baluardo della fede nella salvezza della carne mortale: “Caro salutis cardo” sentenziava Tertulliano.

Cosa ci chiede nostra Madre? cosa ci chiede Maria Madre della fiducia? Di non dimenticare la carne che siamo. Che ci decidiamo una buona volta a sposare noi stessi smettendola di farci la guerra o sognare quello che non saremo mai. Pensate quante energie sprechiamo in questo nella nostra vita! Riceviamoci dalle mani di Dio, senza narcisismi adolescenziali, nella fiducia che lo Spirito trasfigurerà questa carne per conformala al Corpo glorioso del Risorto.

Terza parola la Comunione. (Tentazione, memoria, comunione).

Il Vangelo proclamato lo conosciamo molto bene, è notissimo. Qui mi soffermo sulla presenza di Maria e del discepolo amato. Una delle letture esegetiche più affascinanti e coerenti con il testo vi legge qui la riconciliazione tra la donna, personificazione della comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme e il discepolo prediletto rappresentate dei credenti provenienti dal mondo greco. Dall’alto del suo trono regale il Crocifisso conduce a nozze queste due anime della Chiesa primitiva, giudei e pagani sono riuniti nell’unica comunità.

Perché questa comunione viene simbolicamente inaugurata e sigillata proprio sotto la croce? Perché è nella sequela fino al calvario che si crea comunione. Chi prende la propria croce, giudeo o gentile non importa, fa sempre comunione con il fratello. Sono le scorciatoie personali, non tanto le cadute che ci allontano l’uno dall’altro. Quando non si porta la croce inevitabilmente ci si carica di altre cose: ruoli, pretese, rivalse, vanagloria e tutte cose che creano antagonismi e creano gelosie nei nostri rapporti. Quanti cristiani si spendono nell’attivismo anche pastorale pur di non guardare negli occhi la propria carne crocifissa!

Questo Vangelo contiene dunque un assioma importantissimo per la salute del presbiterio. Anche questa è una preghiera, una supplica che oggi consegniamo a Maria nostra Madre. Perché ci sia comunione, è necessario che ognuno di noi accetti di fare compagnia al Maestro sul calvario, come Maria e il discepolo amato. Allora diventiamo sempre più un presbiterio di cirenei. Cirenei che si vogliono bene, non di solitari che scappano e che fuggono le prove. Ecco queste suppliche noi oggi le consegnano in questa festa che ci è tanto cara a Maria nostra Madre.

Carissimi concludendo non possiamo accontentarci del già fatto o delle ricorrenze. La persona e il ruolo del prete vanno profondamente ripensati. Dobbiamo rifare la convergenza ai pilastri della nostra vita misurandoci con il Vangelo. Questa revisione va condotta insieme: Diocesi e Seminario, sono una lo specchio dell’altra. È rischioso pensare una riforma della formazione iniziale senza elaborare contemporaneamente un cambiamento nel modo di fare parrocchia, di fare pastorale, di essere preti. Un seminario rinnovato può dare “si” preti nuovi, ma un prete nuovo messo in “otri vecchi” rischia di spaccarli o disperdersi.

Al contrario una pastorale diocesana, una parrocchia diversa, nuovi paradigmi presbiterali creano per forza di cose un seminario diverso. La storia lo insegna questo. Quando il Concilio di Trento impostò la formazione nei seminari, contemporaneamente e non dopo, Teatini, Gesuiti, Barnabiti, Oratoriani fornirono con la loro vita un innovativo modello di presbitero. Nuova formazione, nuovo paradigma simultaneamente, non prima uno e poi l’altro.

E allora penso che non dobbiamo aver paura, non dobbiamo aver paura! Guardiamo Maria, contempliamola. Quante volte ha dovuto rileggere la sua storia, quante volte ha dovuto cambiare il modo di vivere, riconsiderare cordialmente quello in cui credeva alla

luce degli insegnamenti del Figlio. Il suo segreto è stato quello di pensarsi sempre come una discepola; allora viviamo della Sua fiducia in Dio e come lei non rimarremo delusi mai!

Allora continua la nostra preghiera: Mater mea, Fiducia mea!

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