Meditazione sulla Veglia Pasquale

Quest’anno non potendo essere fisicamente presenti nelle nostre parrocchie per celebrare la veglia di Pasqua, desideriamo accompagnarvi nella scoperta del significato dei simboli propri della veglia, certi che la situazione di difficoltà che stiamo vivendo ci consentirà di riappropriarci di tanti gesti ed elementi a cui ci siamo abituati e che forse ormai davamo per scontati. Non basta spiegare la liturgia, occorre viverla! L’auspicio perciò è che si celebri anche quest’anno la festa più importante dell’anno con una consapevolezza maggiore, con una riconoscenza più grata, con un amore più peno.

La chiave di lettura per comprendere tutta la simbologia della notte di Pasqua si trova in un verso di un inno (probabilmente del secolo XI) intitolato “Alla vittima pasquale”, che canta così: “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto ma adesso è vivo e trionfa”. Nella veglia pasquale la Chiesa fa memoria di una strenua battaglia avvenuta tra la vita e la morte, tra Dio e le forze del male e ciò, durante la liturgia, è simboleggiato dall’opposizione luce-tenebre. Cristo con la sua morte scende negli inferi tenebrosi e lì affronta il male.
All’inizio della celebrazione un fuoco divampa fuori dalla chiesa e accoglie i fedeli. Ciò simboleggia Dio, impalpabile, vitalità dinamica, mistero che precede ogni uomo. Silenzio, freddo e tenebre avvolgono tutto: siamo immersi nella morte. L’unica speranza è data dal fuoco che riscalda e illumina!
"La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta" (Gv 1,5): agli occhi di tutti si realizza questa parola evangelica. Si accende dal fuoco il cero pasquale, segno di Cristo stesso perché su di esso è incisa la croce, sono scritte le lettere Alfa e Omega e la data dell’anno corrente, sono infissi cinque grani d’incenso in corrispondenza delle piaghe del Signore. Il Cristo risorto con i segni della passione e con la sua gloria si innalza davanti a noi e dal fuoco della Trinità si addentra nella chiesa buia. La luce di Cristo attraversa con calma e solennità le tenebre del mondo e del nostro cuore. Come nel venerdì santo la croce era stata elevata per tre volte con le parole “Ecco il legno della croce” così ora il cero per tre volte dirada le tenebre al canto “Cristo, luce del mondo”. È un grido di esultanza e di vittoria! Il Cristo viene a trasformare i segni della sua passione e morte in sorgenti di vita. 
Questa vittoria riguarda ogni fedele: quando per la seconda volta si canta “Cristo, luce del mondo” ciascuno può accendere la sua candela. Il Signore si comunica ad ogni uomo redento dal suo sangue. In questo segno ciascuno trova tanta consolazione perché ciò che avviene nella liturgia si concretizza nella vita: Cristo viene ad accendere la sua luce nel dolore, nei vuoti, nelle paure di tutti noi. Il buio si va rischiarando progressivamente. Dalla luce del Risorto nascono i figli della luce che illuminano il mondo con la loro fede e il loro operare: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). L’ultimo canto di gioia è proclamato davanti all’altare e d'improvviso si accendono tutte le luci della chiesa. Questo è il destino dell'umanità: vivere per sempre illuminati dalla gloria di Dio (Ap 22,5).
La battaglia tra luce e tenebre, tra Dio e la morte è già stata vinta e noi siamo invitati a partecipare a questa vittoria con la nostra vita. Permettiamo a Gesù di vincere il male che abbiamo scoperto nel nostro cuore durante la Quaresima e per cui abbiamo chiesto perdono e fatto penitenza.
Il canto del preconio pasquale che segue non fa altro che invitare a gioire per la vittoria riportata dal Signore sulla morte ed esplicita gli elementi già descritti. 
Anche la terza lettura ribadisce il senso del combattimento: come Dio si schierò a favore degli israeliti e li salvò dalla volontà sterminatrice degli egiziani che furono sommersi nel Mar Rosso, così Gesù Cristo ha lottato contro la morte e ha prevalso donandoci la vita nuova dei salvati.
Un altro segno evocativo è la benedizione dell’acqua battesimale. Durante la preghiera non solo si fa memoria della storia della salvezza strettamente connessa con il simbolo dell’acqua (creazione del mondo, diluvio, esodo, battesimo del Battista, acqua che scaturisce dal costato di Cristo), ma il celebrante immerge anche il cero pasquale nell’acqua. Ritorna il segno della lotta: fuoco e acqua, vita e morte si scontrano ma Dio stesso con il suo Spirito trasforma l'acqua, simbolo di morte, in sorgente di vita. La rinnovazione delle promesse battesimali consente di fare memoria del proprio battesimo e di riaffermare con forza che non finisce tutto con la sofferenza, con la perdita. La vita non si estingue nel nulla ma risorge dal buio con lo splendore di Cristo.

Desidero lasciarvi e augurarvi una Santa Pasqua di Resurrezione con un passo della letteratura che ci aiuta a entrare attraverso le immagini nel mistero che celebriamo: si tratta del dialogo in cui Gandalf ne “Il Signore degli anelli- Le due torri” narra gli eventi che riguardano la sua lotta contro un mostro che l’ha portato alla morte per salvare i suoi amici. Ma dopo il suo decesso… beh lascio a voi il piacere della scoperta:

«Caddi per molto tempo, e lui [il Balrog] con me. Il suo fuoco mi avvolgeva. Avvampai. Poi precipitammo nelle acque profonde e tutto fu buio. Erano fredde come il mare della morte, e mi ghiacciarono quasi il cuore». «Profondo è l’abisso varcato dal Ponte di Durin, e nessuno mai lo ha misurato», disse Gimli. «Tuttavia ha un fondo, al di là della luce e di ogni conoscenza», disse Gandalf. «Ivi giunsi infine, nelle estreme fondamenta della pietra. E lui era ancora con me. Il suo fuoco era spento, ma ora si era tramutato in un essere di fango e melma, più forte di un serpente strangolatore. Lottammo a lungo nelle profondità della viva terra, ove il tempo non esiste. Sempre mi afferrava e sempre io lo colpivo, e infine fuggì attraverso oscure gallerie. […]
Poi continuammo a salire, sempre più in alto, e giungemmo all’Interminabile Scala». […]
Un grande fumo s’innalzò intorno a noi, vapori e foschie si sprigionarono. Il ghiaccio cadde come pioggia. Scaraventai giù il mio nemico, e lui precipitando dall’alto infranse il fianco della montagna nel punto in cui cadde. Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò. Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto (ma per poco posso ancora parlare, perché la mia missione mi chiama con urgenza). E giacqui nudo in cima alla montagna. […]Vago alle mie orecchie giungeva il rumore confuso di tutte le terre: il sorgere e il morire, il canto e il pianto, e il lento eterno gemito della pietra sotto il troppo pesante fardello. Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti; mi prese con sé e mi portò via. […]
«“Non lasciarmi cadere!”, esclamai, perché in me sentivo risorgere la vita».

Luca Santacroce