Meditazione sul Giovedì Santo

Dai piedi alle mani. La lavanda dei piedi e la fede del Giovedì Santo.

1. Una fede maieutica.

All'inizio del Triduo Sacro la liturgia ci presenta, con la pericope di Gv 13, 1-15, il primo momento del lascito definitivo e più importante del Signore alla sua Chiesa. Giovanni non narra l'istituzione dell'Eucaristia, ma affida a questo episodio della lavanda dei piedi il compito di spiegare il senso dell'amare fino alla fine di Gesù.

In quei piedi la Chiesa ha forse visto in qualche modo la fede che accoglie, pur tra stupore e perplessità, l'umiltà del Signore che si abbassa sotto di noi, quasi a voler diventare la nostra terra, ma certamente ha colto in queste righe la tonalità e il compendio di quel mistero che di lì a poche ore si sarebbe compiuto, con il Figlio dell'Uomo che se ne va (Mt 26, 24) incontro alla sua ora, alla Croce, alla discesa agli inferi e alla Risurrezione. Si scopre così, con il cammino di Gesù, anche quello del discepolo e della fede che questi è chiamato ad avere nel suo Messia e Signore, quella fede che – scrive Alda Merini – “è una mano che ti prende le viscere e ti fa partorire”, è un'ostetrica, forse un po' spiccia, ma certo esperta della sua arte, la maieutica, che sta sulla bocca di tutti, ma che non vanta altrettanti cultori.

L'umiltà, di cui il Signore qui dà prova, ha condotto quasi naturalmente alcuni tra i Padri a vedere in questo gesto il battesimo al quale il Risorto avrebbe convocato tutte le genti per mezzo degli Apostoli (Mt 28, 19). È il caso ad esempio di san Cromazio (nato nel 335 ca.), arcivescovo di Aquileia dal 388/89 al 407/8, testimone tardo di una tradizione liturgica orientale, di ascendenza giovannea e quartodecimana, che situa la lavanda dei piedi nella Veglia pasquale, come anticipazione del battesimo che i neofiti sono ormai pronti per ricevere di lì a pochi momenti. Nel suo Sermone XV De lavatione pedum, egli scrive al cap. 6: “Il Signore lava ora i piedi dei suoi servi, che invita alla grazia del battesimo di salvezza. E se un tale ufficio sembra celebrato tramite degli uomini, è tuttavia opera di colui che è l'autore di questo potere, ed egli stesso opera ciò che egli stesso ha istituito … Perciò, figli, catecumeni, dovete affrettarvi (a conseguire) la grazia del battesimo – Lavat enim nunc Dominus pedes servorum suorum, quos ad gratiam baptismi salutaris invitat. Et si per homines exerceri huiusmodi officium videatur, opus autem illius est, qui auctor est muneris, et ipse facit quod ipse instituit... Quapropter, filii catechumeni, festinare debetis ad gratiam baptismi”.

 

2. Una fede liberante e matura.

Noi siamo dove stanno i nostri piedi, perché questi, a differenza della mente, rapidissima e più veloce della luce, possono stare in un luogo solo. Il cuore è meno rapido, ma a volte, e non senza stile, la batte volentieri in velocità. I piedi no, arrivano sempre ultimi e possono stare solo in un posto, un grosso limite al multitasking, l'antidoto all'ubiquità, e a tutto quello che di smaterializzante questa comporta. La salvezza che comincia con il battesimo ci fa inoltrare lento pede nel Triduo, e la fede che “ci ha preso le viscere” ci conduce dinnanzi alla prova suprema della Croce, rivelandosi una fede non facile, che non accetta compromessi. Essa ci dice che Dio ha scelto di abitare la Croce, paradossale e impensabile, e lo ha fatto perché anche noi facciamo altrettanto, e chiede ancora che si permetta a Dio di abitare le tante paure nascoste o malcelate del cuore. Essa è una fede che fa verità, meglio ancora, una fede liberante, nel senso letterale, ma anche nel senso latino del termine. Liberi in latino sono i figli legittimi, resi tali dal riconoscimento del Padre. La fede mi fa figlio nel Figlio di Dio “che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20), e tanto più cresce quanto più fa sue le parole di Giobbe (19, 25): “So che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere”, parole che solo l'amore può far pronunciare, l'amore di una fede che diventa amore, scommette sulla vita, si spende e si consuma; ancora non vede l'opera di Dio, ma l'attende fiduciosa, sapendo che Dio lavora nel nascondimento e nell'oscurità. Essa non accetta la morte come realtà ultima, e proprio per questo contiene già un germe della Risurrezione. La statura di questa fede è dunque anche quella della maturità.

 

3. Sicco vestigio. Una fede trasfigurata e trasformata.

Noi siamo dove stanno i nostri piedi e questi stanno nelle mani di Gesù. Anche se si sporcano, sono sempre sorretti dalle sue mani, le mani dell'Unico disposto sempre a lavarli, dell'Unico che, dopo averli lavati, può permettere che assolvano al loro compito, ossia camminare e percorrere la Terra. E qui possiamo leggere in filigrana un sottile, ma preciso riferimento al sacerdozio, battesimale in generale, ma soprattutto a quello ordinato. Nel libro dei Numeri infatti ai figli di Levi, sacerdoti del Signore, non viene assegnata la terra, perché è il Signore stesso la loro terra! La nostra terra è Gesù. È bello, ma anche esigente pensare che la terra su cui noi siamo chiamati a camminare sono in realtà le mani di Gesù che ci accompagna, ci precede e soprattutto ci aspetta, per lavarci ancora, un'altra volta, mani che salvano dalle porte degli inferi, mani cui ogni giorno vengono prestate le mani del sacerdote. Un'orma asciutta, un piede che non si è bagnato nel mare, simbolo di male e di morte nella Bibbia, sono due immagini che si compongono nell'unico segno dell'impossibile possibilità di Dio e del dono gratuito, inatteso ed immeritato della Sua salvezza. Nell'Exsultet la fede del Giovedì Santo viene trasformata e, per così dire, trasfigurata, perché ha raggiunto la sua meta, e può quindi rileggere e ripercorrere tutto il suo cammino, chiamando “felice” quello che prima aveva chiamato “disgrazia” (O felix culpa, quae talem ac tantum meruisti habere Redemptorem!), e “necessario” ciò che prima ai suoi occhi era un grave “accidente” (O  certe necessarium Adae peccatum!). Finché saremo in questa vita, sarà questa la nostra fede. Poi resterà la sola carità, che questa fede avrà custodito e nutrito.

Sergio Americano

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