#perdono 02 - L'Italia chiamò

#perdono02: L’ITALIA CHIAMÒ?

#restaurativejustice #giustiziariparativa

La certezza non esaurisce il campo della verità, giacché quest’ultima dice anche una relazione reale tra i termini coinvolti. Allo stesso modo in una società l’accertamento delle responsabilità non è esaustivo della giustizia, se ad esso non segue la restaurazione del legame relazionale tra le parti. Il valore punitivo, rieducativo e dissuasivo delle pene, anche se necessario, da solo non ricostruisce il vaso rotto che è una comunità divisa. Se questo è vero per ciò che deriva dai conflitti interpersonali, è ancor più evidente quando i conflitti sono tra gruppi sociali, etnici o religiosi.

Il tema della giustizia riparativa (restaurative justice) è attualissimo nel mondo. A livello di rapporto tra gruppi all’interno di uno Stato, dopo il caso emblematico del Sudafrica negli anni ’90, con l’azione della Commissione per la verità e per la riconciliazione in seguito all’abolizione dell’apartheid, l’urgenza di tale percorso è oggi evidente, ad esempio, in Colombia, in seguito allo storico accordo di pace con le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC), ratificato dal parlamento nel 2016. In questa direzione, ma sul piano della società civile, si muove, ad esempio, la Fondazione per la Riconciliazione (FR), fondata e presieduta dal prete colombiano p. Leonel Narváez, Missionario della Consolata. In questi giorni, in questo Paese diviso nettamente tra i favorevoli e i contrari a questo accordo, arrivano le parole di una figura importante nell’immaginario collettivo; si tratta della moglie di Pablo Escobar, il boss più temuto della mafia colombiana, che con le FARC ha lavorato fianco a fianco, ucciso nel 1993 in uno scontro a fuoco con la polizia. La donna, Victoria Eugenia Henao, ha chiesto perdono per gli eccessi compiuti dal marito, chiedendo al suo popolo, e in particolare alle nuove generazioni, di non considerarlo un eroe, come invece talvolta è avvenuto. La strada del perdono tra le persone, parallelamente alle iniziative delle istituzioni, è l’unica via di speranza percorribile.

Sul fronte asiatico vanno in questo senso le parole pronunciate in questi giorni da Asia Bibi, la donna cristiana pachistana in carcere nel proprio Paese dal 2009 per blasfemia verso la religione islamica, e giudicata innocente dalla Corte suprema qualche giorno fa. Ha fatto sapere di non provare odio per nessuno, e di aver perdonato chi le ha fatto del male con accuse ingiuste. La legge pachistana prevede la pena di morte per impiccagione verso i colpevoli di blasfemia, e le tensioni nel Paese, in cui i cristiani sono l’1,6%, sono assai accese tra il governo, da un lato, e il Partito islamico radicale dall’altro, in attesa della revisione definitiva del suo caso da parte della Corte suprema.

In Italia sul fronte sociale la via della giustizia riparativa è emersa soprattutto rispetto alla necessità di ricucire il tessuto sociale dopo gli anni del terrorismo stragista di destra e di sinistra. Mentre sul fronte interpersonale, in ambito giuridico, il tema è stato oggetto nei giorni scorsi del convegno internazionale tenutosi presso l’Università di Padova, dal titolo «Restorative Approach and Social Innovation: From Theoretical Grounds to Sustainable Practices».

Nel nostro Paese, tuttavia (e forse più in generale in Europa) questo approccio è mancato nel secondo dopoguerra, con il risultato che la nostra società, non avendo compiuto un percorso di maturazione e di riconciliazione, è andata avanti quasi per rimozione, fino al riemergere oggi di una conflittualità che tira in ballo il senso stesso dell’appartenenza alla comunità italiana. In questi giorni da Brindisi arriva un argine di coraggio e di mitezza al debordare della violenza ormai già in mezzo alle strade, dopo che la si è fatta scorrere abbondantemente, sul piano verbale, lungo i canali di informazione. Sono le parole di perdono pronunciate verso i propri aggressori da un falegname ghanese di 31 anni, Eliah, in Italia da quattro anni con la sua famiglia. L’uomo, vittima nel mese scorso di una violenza ingiustificata a sfondo razzista, ribadisce di essere un uomo di pace, a cui è stato insegnato a perdonare.

Emerge allora da questi elementi una domanda cruciale: se il perdono è così importante, si può imparare a perdonare? Certamente la testimonianza di chi ha perdonato, mostrandoci la pace che genera il perdono sia in chi perdona, sia intorno a lui/a lei, fa crescere in noi, perlomeno, il desiderio di imparare a perdonare.

Vi propongo, gentili lettori, di commentare questa questione, in vista di un confronto costruttivo e della crescita di ciascuno.

AG

 

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