Le maglie strette della felicità

USCIRE INDENNI DALLA QUARANTENA

 

L’idea del “contenimento” non è nuova, a me piace.

Se potessimo riassumere tutta la sapienza antica in due massime sarebbero quelle iscritte sul tempio di Delfi: “conosci te stesso” e “nulla di troppo”. Conoscenza e continenza erano per i filosofi greci le condizioni essenziali per poter vivere una vita felice.

Il ribaltamento messo in atto dalla società capitalistica è totale: la felicità diventa un bene di consumo. Non dentro di se, ma fuori; non contenendosi, ma acquistando.

L’assenza sprezzante di limiti, la corsa al consumo e l’accumulo indiscriminato di ogni bene disponibile era per i greci il male per eccellenza, la chiamavano “hybris”: tracotanza, eccesso, superbia.

L’uomo saggio era considerato in grado di tenere a freno la sua bramosia,  gestire i suoi impulsi, le sue voglie, insomma, sapeva contenersi.

Aristotele elevò questa’ idea a sistema distinguendo i vizi e le virtù proprio in base “alla giusta misura”. La virtù è contenuta tra due estremi che rappresenterebbero i vizi. L’agire virtuoso quindi può essere considerato un operazione di “contenimento”, una strettoia tra eccessi alternativi.

Così che l’eccesso di generosità sarebbe il vizio della prodigalità (avere le mani bucate per intenderci) il difetto sarebbe l’avarizia (a Roma “er purciaro”). Chi possiede la virtù della generosità sta contenersi tra questi due estremi.

Il termine “Paradiso” nella sua derivazione etimologica vuol dire “giardino recintato”: un tracciato segna i confini della felicità. In altre parole non si può essere felici senza porsi dei limiti.

Il consumatore bramoso che divora ogni novità, chi si beffe della legge, del buon senso e di ogni convenzione sociale e familiare è condannato a una vita triste, vuota e in ultima analisi sola.

L’arte di contenersi è frutto di un’umanità matura, della padronanza di se stessi. E’ la capacità di rimanere stabili tra mille sollecitazioni. E’ la virtù di chi ha una direzione, di chi, per dirla alla Nietzsche non ha “una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte”, ma dedicarsi a ciò che conviene.

Nelson Mandela ha vissuto per 26 anni in uno spazio di pochi metri quadrati dentro una prigione, ma finirà per dire “non importa quanto stretto sia il passaggio, io sono il capitano della mia anima”.

Sulla tomba di san Ignazio di Loyola si trova questo aforisma “non essere costretto da ciò che è più grande, ma essere contenuto in ciò che è più piccolo, questo è divino”.

Gesù Cristo ne è l’esemplare perfetto: la divinità dentro un corpo umano, l’eccellenza contenuta tra la carne mortale, l’assoluto tra le budella.

Insomma ci si può contenere, l’idea tutto sommato mi piace.

 

-Roberto

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