Il Quadriportico - Assemblea Diocesana 2019

Assemblea Diocesana 2019

Giovedì 9 maggio, all’interno della Cattedrale Lateranense, il Vescovo di Roma Papa Francesco ha incontrato gli operatori pastorali della Diocesi per l’ormai consueta Assemblea diocesana annuale.

Abbiamo iniziato l’anno scorso il primo anno di cammino di Esodo della nostra Chiesa. Dopo aver analizzato le malattie delle nostre comunità, ora è la fase di iniziare processi di guarigione, che ci porteranno al Giubileo del 2025.

Don Mario Pecchielan, Parroco di san Giovanni Battista De’ Rossi, introduce all’incontro relazionando al Vescovo di Roma il cammino fatto nell’ultimo anno. Egli ha sottolineato in particolare la necessità di intraprendere una spinta missionaria, una pastorale ad gentes per la diocesi, che ormai vede massiccia la presenza di coloro che non vivono la vita cristiana e ciò rende la Diocesi di Roma territorio di missione per la nuova evangelizzazione. Non bisogna fermarsi all'entusiasmo dei grandi eventi, ma portare avanti permanentemente le missioni di annuncio del Vangelo che si iniziano.
 

Dopo l’introduzione di don Pecchielan, il Cardinal Vicario presenta al santo Padre “tre gridi” che arrivano da parte della diocesi.
Il primo è quello di Simona, direttrice di case famiglia e curatrice di alcune iniziative diocesane per l’aiuto aIla realtà giovanile. Simona ha “gridato” che oggi i giovani sono lasciati ed abbandonati a se stessi, non hanno riferimenti e nessuno va loro incontro per offrire loro radici. Cadono facilmente vittime dell’alcolismo, della droga del gioco d’azzardo perchè non hanno più l’appoggio della generazione adulta per la loro educazione.

Il secondo “grido è quello della famiglia, che con brevissime parole esprime la difficoltà di portare avanti, soprattutto da parte della generazione dei genitori, la cura verso gli anziani ed i figli, a causa dei ritmi frenetici a cui il lavoro spesso costringe sia le mamme che i papà.
Il problema vero delle famiglie di oggi è il tempo mancante per dedicarsi alle relazioni.

Infine, Don Ben, direttore della Caritas diocesana, confida di come la Caritas si senta, come i discepoli, con solo duecento denari di pani di fronte alla folla affamata. Questo porta gli operatori di carità a vivere una certa timidezza o vergogna nel prendere l’iniziativa per intessere relazioni umane con coloro che hanno bisogno di aiuto. Servire i poveri oggi è oggetto di critica, ma dai poveri si impara la Buona Notizia, a vivere il disagio umano.

Dopo questi “tre gridi”, il Vescovo di Roma esorta i rappresentanti delle parrocchie romane a non cedere alla tentazione di far fronte ai problemi odierni con l’atteggiamento della risistemazione di un museo. Non bisogna risistemare, mettere a posto le cose che ci sono in diocesi e nelle parrocchie, ma accogliere e prendere con le mani lo squilibrio del mondo di oggi, sfuggendo la tendenza ad addomesticare tutto ciò che non rientra in questo ordine. Il Vangelo è “il premio Nobel” dello squilibrio, soprattutto le Beatitudini.
L'illusione della “gente di Chiesa” è che mandando via i problemi si starà bene. Questo è l'equilibrio del clericalismo e del funzionalismo, che pretende che tutto sia sistemato e funzionante. La nuova colonizzazione ideologica moderna cerca di convincere che il Vangelo sia una dottrina che faccia andare tutto bene, che tutto sia sistemato. Quello di cui la Chiesa, però, ha bisogno è il Kerygma, lo Spirito Santo che non vuole funzionalità e sistemazione, ma sconvolgendo butta tutto all'aria ricominciando da capo.

Il Papa invita caldamente a riprendere il discorso del convegno di Firenze ed Evangelii Gaudium, che è il piano per la chiesa italiana e di Roma.
 

La riforma della Chiesa parte dall'umiltà, dal farsi piccolo e dal mettere al centro i piccoli; e ciò è possibile solo attraversando le umiliazioni. Come si fa ad ascoltare il Signore se si incensa se stessi? Nulla giustifica il guardare dall'alto verso il basso qualcuno; è lecito farlo solo per rialzarlo.
Nel grido della gente c'è il gemito dello Spirito Santo. Ascoltando il grido della gente si ascolta cosa chiede lo Spirito Santo. Solo lo Spirito può salvarci dal sistemazionismo della Diocesi, che è la scusa di cambiare tutto per non cambiare assolutamente nulla.
Si va dal piccolo se si ha disinteresse per se stessi e le proprie cose, ma senza la consapevolezza di cosa è il nostro interesse, non possiamo permette allo Spirito di creare squilibrio, lo squilibrio del Vangelo.
Spesso, infatti, si è vittima del peccato dello specchio e solo il disinteresse, la povertà, permette allo Spirito di sconvolgere i piani.

Come è possibile tutto questo? È necessario vivere le Beatitudini che ci spronano ad uscire da noi stessi, che ci permettono di essere disinteressati ed andare incontro agli altri.
Chi inciampa nella superbia di credere di essere nella strada giusta, fa inciampare anche gli altri. Oggi ci sono molti movimenti pelagiani, esoterici, gnostici che non sono altro che movimenti egocentrici.
Così centrati su noi siamo guide cieche, che fanno inciampare anche gli altri. Perciò l'unica strada da indicare è quella delle Beatitudini: la mitezza, la tenerezza dei gesti di Gesù, la semplicità di una carezza. Questo è vivere le Beatitudini.
Non bisogna scandalizzare i piccoli con l'indifferenza, vivendo una comunità presuntuosa, totalmente funzionale e funzionante. Gesù non sa che farsene di queste comunità, meglio che siano buttate nel Tevere.

Bisogna ritornare a rileggere Evangelii Gaudium, che riprende, aggiornandola, Evangelii Nuntiandi.

Alla fine, il Santo Padre lascia due compiti.

Il primo: andare a sentire le storie delle persone, delle famiglie che abitano nelle nostre parrocchie, dei giovani, degli anziani. Bisogna ascoltare la gente per affezzionarla, per farla sentire accolta, bisogna avvicinarsi toccando la loro realtà, senza aver paura dello squilibrio.
 

Il secondo: contemplare le nuove culture, per capirle e integrarle. Non si può andare avanti con la xenofobia e il razzismo. I populismi crescono seminando paura.

Prima di andare via, il Papa, rivolgendosi al Vicario, chiede scherzosamente di non risistemare la Diocesi.

Parole semplici e fermissime, perchè ci costringono a intraprendere nuovi processi di rinnovamento con una mentalità che non ci appartiene: quello dello sconvolgimento dello Spirito.

Noi europei siamo abituati alla mentalità schematica per la quale ad ogni bisogno deve corrispondere un servizio. Non è certo un male voler far fronte ai bisogni umani, ma questa mentalità schematica, da cui la Chiesa non è esulata, rischia di fossilizzare ed uccidere l’onnipotente e sconvolgente iniziativa dello Spirito Santo, che solo può intervenire e guidare la Chiesa.

Il Papa lo dice spesso: non bisogna avere l’ossessione di trovare soluzioni, ma di iniziare processi rimanendo aperti all’opera dello Spirito, che porterà avanti ciò che buono. Uscendo dalla nostra tipica mentalità schematica, non chiuderemo le porte alle iniziative dello Spirito e saremo disposti ad essere guidati da Lui, che solo sa quale è la direzione verso cui dobbiamo andare, piuttosto che cercare di condizionalo per far rientrare tutto nei nostri piani.

Il vero processo allora che la Diocesi deve intraprendere, non è quello di pensare a strategie, foss’anche con un presunto criterio pastorale, ma accettare di essere sconvolti, squilibrati, dall’iniziativa dello Spirito Santo, accettando umilmente, con l’obbedienza e l’ascolto, che spesso la Sua volontà non coincide con i nostri progetti e con i nostri piani. Così arriveremo a quella Chiesa “ospedale da campo”, che non vive rimpiangendo la sua gloriosa storia e grandezza, ma che non ha apparenza ne bellezza, perchè disastrata e forse anche disorganizzata, ma umana e fedele all’ascolto del Suo Signore.

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