Il Quadriportico - Gestualità e Liturgia con Mons. Marini

LA GESTUALITÀ NELLA LITURGIA

Incontro dei seminaristi con Mons. Guido Marini
 

Mercoledì 20 Febbraio, abbiamo avuto il piacere di iniziare anche quest’anno il nostro “Mercoledì liturgico” (incontri serali di approfondimento su tematiche liturgiche) con Mons. Guido Marini, Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie.

Mons. Marini, che ringraziamo con profondo affetto per la sua disponibilità, ci ha introdotto nel tema dei segni e dei gesti in liturgia.

Dei tantissimi e interessantissimi insegnamenti che Mons. Marini ha condiviso con noi, ne esponiamo solo alcuni che ci hanno colpito particolarmente, rimandando alla lettura del suo intervento integrale scaricabile qui sotto.

I segni sono l’essenza, il cuore, della liturgia e il primo aspetto che evidenziamo è che i segni in liturgia (tutti i tipi di segni: gesti, luoghi, oggetti) devono avere le caratteristiche dell’orientamento, dell’intellegibilità e della ministerialità.

L’orientamento è quella caratteristica peculiare del segno che dirige verso qualcos’altro e nel caso dei segni liturgici l’orientamento è, ovviamente, a Dio. Il segno liturgico deve essere un continuo rimando alla realtà di Dio.

L’intellegibilità è quella caratteristica che rende un segno comprensibile e, in quanto tale, il segno liturgico deve essere una finestra aperta sul mistero di Dio, cioè favorire l’incontro tra l’uomo e Dio.

La ministerialità è forse l’aspetto più importante. Un segno liturgico ha la caratteristica di ministerialità quando cade per far spazio a Colui a cui il segno rimanda. Per questo motivo il presbitero, ministro di Dio, è il segno liturgico per eccellenza, perchè è chiamato a cadere per far spazio a Colui che è il vero Presidente dell’atto liturgico: Cristo Risorto. Il presbitero, che è agente, custode e insegnante dei segni liturgici, deve mettersi alla loro scuola per imparare che la sua vita deve essere un continuo orientamento a Dio e una finestra aperta sul mistero di Dio e che, attraverso il suo ministero, deve cadere per lasciare spazio a Colui che egli rappresenta.

Senza queste tre caratteristiche un segno non può dirsi liturgico.

Il Concilio Vaticano II ci ha consegnato 2 criteri per utilizzare e discernere i segni in liturgia: la nobile semplicità e la nobile bellezza.

Nobile semplicità, “perché si riteneva, giustamente, che nel corso dei secoli alcuni segni si fossero appesantiti, perdendo così la capacità di essere finestre aperte sul mistero e dunque diventando in qualche modo quasi una parete alzata tra l'assemblea celebrante e il mistero del Signore”.

Nobile bellezza che, insieme all’armonia e unità ed alla simbolicità, è anche legge in liturgia “perché linguaggio tipico attraverso cui si esprime il rito è proprio quello della bellezza”, traccia di Dio nella creazione.

Dopo averci illustrato, attraverso anche la spiegazione concreta di alcuni segni-gesti, segni-luoghi e segni-oggetti, l’importanza della composizione armonica ed unitaria dei segni in liturgia, che insieme danno vita a sequenze rituali e queste a loro volta ad un rito, Mons. Marini ha concluso consegnandoci una icona per definire cosa sia il rito, cioè Giovanni Battista. Il rito, i segni, il presbitero che presiede l’atto liturgico, tutta la liturgia insomma è un dito puntato, quello appunto di San Giovanni Battista, al Mistero di Dio.

La liturgia ha questa fondamentale chiamata di indirizzare, svelare e favorire l’incontro nei confronti di Dio. E tutto questo la liturgia lo fa attraverso quell’immenso patrimonio di segni che la Chiesa, nella sua sapienza, ha conservato e trasmesso e che ha il dovere di valorizzare sempre, ridando loro senso nelle varie epoche della storia della Chiesa.

Lorenzo Bianchi

Clicca QUI per scaricare il testo integrale del discorso e le domande dei seminaristi

  

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