Gioventù bruciata - #2

Lettera #2

Caro Ciro

scriverti una mail è il modo più semplice per poterti dire qualcosa, è evidente che il contatto personale ti mette in difficoltà, perciò in questa modalità il problema è risolto, perché adesso tu e il tuo smarthphone siete soli e tranquilli senza altre scocciature! D’altronde come potrei darti torto, il mio grande naso e i miei occhi strabici mettono a disagio la gran parte delle persone con cui parlo.

Ti confesso che molti conti non mi tornano, ma c’è una cosa che faccio veramente fatica a comprendere della vita di oggi, mi sai dire tu quando un giovane smette di essere tale e diventa adulto? Dove sta il confine tra adolescenza e maturità? Il criterio anagrafico sarebbe quello più semplice e già solo per questo motivo io lo preferirei. A diciotto anni un essere umano, almeno secondo quanto si dice, ha finalmente la possibilità di agire in maniera autonoma, libera, senza il permesso dei genitori perché si ritiene che abbia tutte le carte in regola per farlo. Come ben sappiamo però la realtà è molto più complessa. I diciotto anni infatti non sono una formula che come per magia ci fa diventare persone adulte, uomini capaci di agire veramente in libertà e autonomia. Accade talvolta, non sempre ma spesso è così, che i peggiori casini si combinano proprio dopo i diciotto anni, in quella fascia d’età che va dai venti ai trenta in cui se per l’anagrafe sei un adulto a tutti gli effetti, tu ancora non hai idea di cosa vuoi fare nella vita e di quale risposta dare alle infinite domande che come mille gnomi malefici sbucano da ogni dove, soprattutto la notte, in quei pochissimi minuti che precedono il sonno, dopo che ti sei tuffato sul letto e hai sprofondato la faccia nella consolante morbidezza del cuscino.

L’impressione mia è che diventare grandi sia avvertito come un problema e che in quanto tale si faccia di tutto per evitarlo. Dico questo perché se da una parte i più giovani continuamente provocano e lanciano sfide ai più grandi ritenuti da loro buoni a nulla, dall’altra parte si incontrano spesso adulti incapaci di vivere relazioni autentiche e per questo tentano in ogni modo di mascherare le loro difficoltà cercando di allungare il periodo della propria gioventù, per vivere nella piacevole illusione di essere quello che, sempre secondo l’anagrafe, non sono più. I giovani quindi disprezzano gli adulti, gli adulti disprezzano se stessi e tutti schizziamo da una parte e dall’altra come impazzite palline di un flipper. Il sistema è andato in black-out perché crescere è diventata una delle nostre più grandi paure, quando invece dovrebbe essere la cosa più naturale di questo mondo.

Tu immagina se piante e animali, in una grande assemblea sindacale mondiale per i diritti della flora e della fauna, decidessero di non voler crescere più e così smettere di produrre frutti, perché hanno acquisito la certissima convinzione che restare cuccioli o rimanere fiori è la cosa migliore per se stessi. L’uomo dovrà rinunciare a cibarsi, insieme a frutta e verdura gli mancheranno quindi anche le braciole di maiale e saremo invasi dalle api che aumenteranno all’inverosimile la produzione di miele, data la permanente disponibilità di fiori. Con tutto il miele che riusciranno a produrre finiranno con l’attaccarci e ci sommergeranno completamente, l’apocalisse è alle porte! Fortunatamente piante e animali non possono fare a meno di crescere e dare frutto, l’uomo può farlo perché ha la libertà che lo frega.

L’uomo nel suo sistema operativo ha incorporata questa cosa, la libertà, un programma difficile da far girare, alcuni hanno cercato di dare qualche istruzione ma ancora non siamo riusciti a sondarlo fino in fondo. Ci stiamo provando dal paleolitico quando ci si è presentato il problema di come utilizzare quelle belle pietre levigate, piatte e appuntite. Non sapevamo se fosse meglio scagliarle sul filo dell’acqua del lago per vedere quanti salti avrebbe fatto la pietra oppure contro nostra moglie che dalla caverna ci urlava di sbrigarci perché lo stufato di brontosauro era pronto. Dopo un po’abbiamo capito invece che potevamo utilizzarle per costruirci delle lance e difenderci dalle bestie feroci.         

Un bell’ enigma grande e mostruoso la libertà. Quello che si potrebbe dire di essa è che almeno nel suo significato base ci parla di assenza di vincoli, vincoli intesi nel senso di catene. Un prigioniero liberato è quello che non sta più in prigione, al “gabbio”; un merlo libero è quello che sta fuori della gabbia. Essere liberi significa quindi avere la possibilità di fare veramente quello che vogliamo perché non abbiamo costrizioni che ci impediscono di agire, questo però funziona fino ad un certo punto perché moltissime cose noi non le decidiamo, ci accadono e basta, senza che ci venga chiesto il permesso. Saprai, immagino, che in molte cose della vita le buone maniere non sono contemplate. Nonostante questo, osservando il cammino che l’uomo ha fatto fino ad oggi, possiamo dire di essere quasi giunti al punto di ottenere tutto quello che vogliamo e di soddisfare ogni nostro sfizio. Io però resto perplesso e mi domando, a cosa mi serve tutta questa libertà se è sempre più raro trovare nelle nostre vite frutti maturi, belli, rossi e saporiti da mangiare? Perché ci troviamo costantemente al verde, come immangiabili prugne acerbe che non hanno mai conosciuto una vera estate? Temo proprio che usiamo male la nostra libertà, ci illudiamo di essere liberi, viviamo pensando di esserlo, ma non lo siamo.

Una della cose che secondo me impedisce di esercitare un’autentica libertà, sia negli adulti che nei più giovani, è la paura dell’isolamento che ci porta a seguire la corrente d’onda della massa, lo spirito del gregge. Questa paura tiene legati, impedisce di crescere e di essere veramente liberi. Non ti sto facendo l’apologia dell’asocialità per cui bisogna sempre distinguersi e porsi al di fuori della propria rete di relazioni per evitare i rischi del conformismo. Sto semplicemente riflettendo sul fatto che l’ansia di sentirsi sempre ben voluti e accettati da tutti, se non si è bene attrezzati, ci spinge a cedere su tutto, a svendere per due soldi ogni nostra qualità e specificità in cambio di un banale posto nella cerchia delle persone che secondo il nostro parere sono “i migliori”, il gruppo di quelli a cui sogniamo di appartenere, costi quel che costi. Questa dinamica mette in luce una vera mancanza di libertà perché il gruppo al quale chiediamo di fare accesso richiede alla persona appena arrivata una serie di obblighi ai quali non ci si può sottrarre, pena l’infame esclusione dal circolo degli eletti. Tanto intollerabile diventa l’idea di essere esclusi e messi da parte che si arrivano a desiderare alcune cose non perché ci piacciano realmente, ma perché piacciono alla maggioranza di coloro che rappresentano il nostro ideale di vita. In questa dinamica che sto cercando di descriverti bisogna iniziare ad adottare comportamenti nuovi, riti, linguaggi e protocolli d’azione che esprimano all’esterno la nostra fedeltà all’ideale professato dal nostro gruppo e bisogna stare molto attenti ad eseguire tutto con perfezione, altrimenti si è esposti al ridicolo e alla tremenda minaccia del sospetto. Ci trasformiamo così in fedeli esecutori di uno specifico copione che non ci appartiene e che prevede un preciso corredo di gesti, simboli e parole d’ordine che portano come inevitabile conseguenza la tragica e totale soppressione della propria identità. Il rischio e la tragicità di tutto questo non vengono avvertiti perché il riconoscimento di quelli che contano e l’assegnazione di qualche ruolo importante nel settore di nostra competenza ci ripagano enormemente di tutta la fatica che abbiamo fatto nel rinnegare e svendere noi stessi.

Caro mio, seguire la corrente del fiume nel quale abbiamo così ardentemente desiderato di immergerci è molto facile, devi smettere di essere te stesso e diventare una cosa morta, così stai sicuro che arriverai senza fatica fino alla foce e quindi al mare. Tu se vuoi essere libero e vuoi diventare te stesso, prendi esempio dai salmoni. Guarda cosa fanno per riprodursi. Dopo aver passato qualche anno nel mare ad ingrassare e fare il pieno d’energia ad un certo momento della loro vita sono spinti dall’istinto a risalire il corso del fiume e lo fanno andando contro la forte corrente delle rapide dei torrenti montani. Probabilmente si comportano così perché hanno ritenuto che per mettere al mondo dei piccoli fosse migliore l’acqua dolce e fresca dei fiumi di montagna, piuttosto che l’imbevibile acqua salata del mare. Elemento imprescindibile per risalire la corrente e non farsi trascinare verso il mare, è essere vivi e non morti. Su questo però devo lasciarti, si aprirebbe per me un capitolo troppo ampio! Stammi bene.

Lazzaro

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