Gaudete et Exsultate - Josefa Menèndez

Josefa Menéndez

Diceva Hans Urs Von Balthasr “Penso che Josefa Menéndez insegni a pregare, ad offrirsi totalmente in uno slancio ardente di amore”. Questo è stata la vita di Josefa: uno slancio d’amore dal suo nulla al cuore infinito di Dio.

Josefa nasce il 4 febbraio del 1890 a Madrid, da Leonardo Menéndez, uomo pio e laborioso, e da Lucia Moral, credente devota e caritatevole. Dal loro matrimonio nascono 6 figli: Josefa è la seconda dei sei figli, mentre il fratellino primogenito muore a tre anni. La famiglia discretamente agiata vive in modo semplice e sereno. Ogni sera la famiglia si riunisce a recitare il rosario e la domenica si va tutti a messa. Josefa diventa l’orgoglio dei genitori con il suo carattere responsabile e generoso ma anche allegro e disponibile. Impara dal padre e dalla madre la carità cristiana. Fin da piccola ha chiara la sua vocazione e il desiderio di consacrarsi al Signore ma aspetterà molti anni prima di prendere questa strada. All’età di 11 anni durante un ritiro in preparazione della prima comunione, Josefa per la gioia nel ricevere Gesù nel sacramento dell’eucarestia esprime il desiderio di essere tutta di Dio. Ma aspetterà il 4 febbraio del 1920 giorno nel suo trentesimo compleanno per entrare in monastero. Dopo la prima comunione Josefa non è più la stessa, infatti si dedica a piccoli gesti di carità come il visitare le bambine malate. I genitori la mandano ad apprendere il mestiere di sarta ma il contatto con l’ambiente mondano la fa soffrire.

Nel 1907,  all’età 17 anni, di Josefa dovrà affrontare la morte della sorella Carmen, che solo dodicenne vola in cielo. Non solo lei ma anche la famiglia ne viene scossa. I genitori infatti, pur confidando in Dio, si ammalano gravemente e Josefa che è la più grande dei figli si deve prendere cura di tutta la famiglia. Lei con il suo lavoro di sarta cerca di provvedere alle necessità della famiglia e in questa occasione le vengono incontro le suore dell’Istituto del Sacro Cuore affidandole importanti commissioni e risollevando la situazione di povertà che si era venuta a creare. Nel cuore di Josefa rimane sempre il desiderio di diventare suora e precisamente in questo Istituto; infatti manifesta questo desiderio alla sorella ma ecco che il padre Leonardo muore il 1910 e Josefa a 20 anni è chiamata a farsi carico della famiglia. Più volte vorrà fare il passo di consacrarsi al Signore ma ora sarà fermata dalla sorella più piccola che entra in monastero prima di lei, ora dalla madre che con le sue lacrime gli fa cambiare idea e ora dall’Istituto che non accetterà la sua richiesta viste le esitazioni precedenti. Dopo varie vicissitudini il 4 febbraio 1920 parte per la Francia verso il luogo dove Gesù l’attende per consegnarle grazie abbondanti. A chi li chiedeva come avrebbe fatto in un paese lontano da sola e senza sapere la lingua lei rispondeva “Dio mi conduce”. Dio infatti con tutte le fatiche che aveva permesso nella sua vita aveva forgiato il suo cuore e impreziosito il suo desiderio di consacrarsi al Signore. In lei già vi erano state le prime avvisaglie di doni straordinari, doni che in monastero sarebbero aumentati e diventati un messaggio per il mondo. Lo stesso cardinal Pacelli, futuro Pio XII, verrà chiamato in causa a dare un parere sulla vita e sul messaggio che Gesù voleva dare al mondo tramite Josefa e il suo parere sarà positivo.

Josefa non è l’unica voce profetica di mistico che si eleva dal 1900 in poi: vi è anche S. Faustina, come anche Beata Alexandrina da Costa, padre Pio, santa Maryam di Betlemme, Marta Robin,  ecc. È come se Dio vedendo l’umanità persa nel guardarsi egoisticamente l’ombelico avesse suscitato sempre più mistici che parlano della sua pronta e insondabile misericordia. L’uomo, infatti, a causa delle varie ferite della fragilità umana rischia di non alzare il capo verso il cielo e di non trovare lo sguardo di Dio che lo invita a un vero amore. Dio chiede all’uomo di non avere paura ma di accettare il suo amore. I mistici, Josefa con la sua vita, chiamano anche a battaglia: vi è una guerra nascosta che si svolge nell’invisibile ed è la lotta per la salvezze eterna delle anime. È chiaro che Cristo con il suo sacrificio ha salvato e redento tutta l’umanità, dove ognuno rimane libero di aderirvi o meno, ma sta anche ai cristiani il portare il lieto annuncio del regno di Dio, prima di tutto con la loro vita.

La vita di Josefa parla continuamente del lieto annuncio. Nella sua strettissima relazione con Gesù si potrebbe ricavare un messaggio sintetizzato in 4 punti, fermo restando che i doni mistici solo la Chiesa li può discernere perché le illusioni e gli inganni in questo campo, come insegnano i maestri di spirito, non sono pochi.

  • Il primo punto è il bisogno di intimità.

Questo emerge continuamente dalla relazione di Gesù con Josefa. Se si ama una persona la sofferenza più grande che le si può dare è la sua indifferenza. Ecco allora che Gesù chiede intimità. L’indifferenza dei cristiani è anche frutto della freddezza e ingratitudine ma anche a volte di non sapere che Dio stesso, colui che è infinito, chiede una intimità con la sua creatura fatta nelle cose semplici della vita. Gesù insiste con Josefa nel chiederle: «Dimmi le tue cose, i tuoi pensieri, i tuoi dubbi, le piccole realtà della tua vita!». Queste piccole cose della quotidianità, come anche le difficoltà che si vivono, si possono portare a Dio attraverso un trattare semplice con lui, in ogni luogo e in ogni momento della giornata dato che Dio è “il sempre presente”:  «Voglio che le anime mi trattino con maggiore intimità, che mi cerchino nella loro interiorità, e là mi vedranno come sono, cioè come Dio, ma Dio di amore! Abbiano più amore che timore, credano al mio amore senza dubitare! Le anime non mi conoscono, non hanno capito che cosa è il mio cuore! Devono comprendere che sono proprie le loro miserie e le loro colpe che spingono la mia bontà verso di loro. E quanto vengono a me piene di fiducia, allora mi glorificano ancora di più che prima della loro colpa!».

  • Il secondo punto è l’amore che salva

Gesù insegna a Josefa che una vita vissuta unita a lui, offrendo con amore tutti gli atti della giornata e le fatiche della stessa, ha un effetto di intercessione verso l’umanità. Tutto sta nell’offrire le proprie azioni unite ai meriti infiniti di Cristo e questo lo possono fare tutti i battezzati: «Ascolta Josefa: ci sono delle anime cristiane che un semplice attaccamento del cuore basta a rallentare il loro cammino di perfezione. Però se un'altra anima offre per loro le proprie azioni, unite ai miei meriti infiniti, può ottenere che escano da quello stato e riprendano la loro corsa nella via del bene. Molte anime vivono nel peccato: aiutate nella stessa maniera potranno rientrare in grazia e salvarsi un giorno». Di qui si capisce anche come S. Teresina del Bambin Gesù sia diventata dottore della Chiesa vivendo dentro le quattro mura di un convento. Lei, Teresina, che amava Dio nelle sue azioni semplici e quotidiane: «Io non guardo l'azione – dice Gesù a Josefa Menéndez l’8 settembre 1922 – considero solo l'intenzione. Il più piccolo atto compiuto per amore acquista tanto merito e mi consola molto. Non cerco che l'amore, non chiedo che l'amore!». E ancora: «Servirsi continuamente della mia vita, del mio Sangue, del mio Cuore, è un segreto che molte anime non conoscono».

 

  • Terzo aspetto è la misericordia di Dio e il suo infinito desiderio di perdonare

Questo è il cuore del messaggio: Gesù vuole richiamare tutti, indipendentemente dalla condizione in cui ci si trova, a ricorrere a lui. In qualsiasi stato, anche di lontananza estrema da ciò che è bene, Gesù richiama a una grande fiducia in lui. Egli non vuole lo scoraggiamento che toglie le forze e blocca non solo il cammino ma anche una conversione. Gesù è medico e medicina, provvidenza, liberatore, padre, conforto, soluzione, cireneo, ecc. Dio non ama la morte del peccatore ma egli desidera che si converta e viva: «Farò conoscere alle anime fino che punto il mio Cuore le ama e le perdona, e come mi compiaccio delle loro stesse cadute. Sì, scrivilo, me ne compiaccio! Leggo nel fondo delle anime e vedo il loro desiderio di piacermi, di consolarmi, di glorificarmi, e l'atto di umiltà che sono costrette a fare vedendosi così deboli, è proprio quello che consola e gratifica il mio Cuore. Desidero perdonare, mi riposo perdonando. Sono sempre pronto, aspettando con amore che le anime vengano a me. Non si scoraggino! Vengano e si gettino nelle mie braccia! (…) le anime cadute nel peccato ignorano, infatti, quanto io desideri avvicinarle a me per dare loro la vita», dice Gesù a suor Josefa il 6 agosto 1922.

Quello di Dio non è solo un amore che perdona ma anche un amore che santifica, che porta la vita a completezza e a compimento, sempre attraverso la carità. Gesù lo dice a Josefa: «Amare il mio cuore non è cosa difficile e dura, ma facile e soave. Non occorre nulla di straordinario per giungere a un alto grado d'amore: purità d'intenzione nelle piccole e grandi azioni, unione intima al mio cuore e l'amore farà il resto!».

  • L’esistenza del diavolo e dell’inferno

Dalla vita di Josefa emerge tutta la sua lotta contro il diavolo. Escluso il caso delle illusioni spirituali in cui si può cadere, cioè quando si batte l’aria con i pugni e si pensa di stare a fare grandi lotte contro il diavolo e per la gloria di Dio, la vera prova dell’esistenza del diavolo non sono gli indemoniati ma i santi poiché laddove c’è un santo c’è anche battaglia del nemico: diceva S. Ilario che “il demonio sferra i suoi attacchi più che mai sui santi, in quanto una vittoria riportata su di loro è più agognata”.  Josefa fa esperienza dolorosissima dell’esistenza del diavolo che non la lascia in pace un momento con continue vessazioni e tentazioni: riesce a fuggire dai suoi inganni e illusioni con la “sincerità” e “verità” che scaturisce dall’apertura di cuore verso la sua guida e le sue superiori. Inoltre misteriosamente e per volontà divina Josefa fa esperienza dolorosa dell’inferno. Il Signore permette che venga collocata nell’inferno per più volte e per tempi diversi: tutto questo serve a lei, ma anche a noi, a prendere coscienza che l’inferno esiste e che il sacrificio di Cristo non è stato uno scherzo. Josefa non vede solo l’inferno, come ad esempio S. Faustina o altri santi mistici, ma lei ne fa esperienza riportando, per quanto può, non solo le sofferenze ma anche le cause della perdita eterna delle persone che vi si trovano. Nell’inferno lei viene a conoscenza di persone di ogni ceto; vi trova anche sacerdoti e anime consacrate. Tutto questo serve per far capire meglio il valore della Redenzione di Cristo e l’importanza di accogliere realmente e sinceramente la grazia che Dio offre, come anche l’importanza del “vivere in grazia di Dio” e cioè una relazione continua con Dio non interrompendola per questo o quel motivo, senza poi neanche prendersi l’impegno di recuperare questa relazione quando la si perde.

La storia di Josefa è un esempio di come si può vivere la vita quotidiana come una vita offerta ogni giorno nelle sue gioie e dolori, nelle sue azioni piccole e grandi, nelle sue angosce, nelle sue incomprensioni, nei silenzi di Dio, nei fallimenti o nelle riuscite, e così via “tutta la vita” a quel Cuore di Cristo Gesù che tanto ci ha amati e ha dato la sua vita per noi per redimerci e farci partecipi dei tesori incalcolabili della salvezza.

Benevento

 

Fonte: Invito all’Amore, Josefa Menéndez

 

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